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Life life life…

Lettera aperta a Radio Popolare

Car Radio

nedrichards via Flickr

Cara Radio Popolare,

sono ormai diversi anni che seguo con interesse le tue trasmissioni.

Ho scelto, un paio d’anni fa e nonostante le ristrettezze economiche, di sostenerti con un abbonamento; non solo perché ritengo che sia dovere di ogni cittadino fare il possibile per sostenere la libertà e l’indipendenza dell’informazione (soprattutto in momenti bui come quelli in cui viviamo), ma anche perché ho sempre riscontrato nelle vostre trasmissioni (e informazioni pubblicitarie) una serietà ed una coerenza che difficilmente si riscontra in altre emittenti.
Tutto questo l’ho fatto più che volentieri, così come volentieri aderirò all’Operazione Primavera 2011.

Nell’ultimo periodo però una macchia è venuta a deturpare la limpida immagine che avevo di Radio Popolare: la pubblicità dell’omeopatia.
Come saprete l’omeopatia non ha a suo supporto alcuno studio scientifico che ne dimostri un’efficacia superiore a quella dell’effetto placebo, perciò pubblicizzarla attraverso i mass media rasenta l’incitamento alla truffa. Immagino che in redazione ci siano state (come per le altre pubblicità) approfondite discussioni in materia e mi piacerebbe sapere quale in particolare è stato il dato che ha fatto propendere per l’accettazione di una simile campagna pubblicitaria.

Riponendo in una vostra risposta tutta la fiducia di un fervente ascoltatore, colgo l’occasione per augurare a tutti voi un felice natale ed nuovo anno migliore di quello che volge a conclusione.

Ancora dubitiamo del riscaldamento globale??

Neve a Milano

Gianluca Neri via Flickr

L’altra sera qualcuno considerava come (per l’ennesima volta) il riscaldamento globale fosse una pagliacciata, portando a suffragio della sua “tesi” il fatto che questo inverno si sta rivelando tutto fuorché caldo.

Ho dovuto trattenermi dall’aggredirlo a suon di marmittate (:P), facendogli invece notare come “riscaldamento climatico” significa innanzitutto una maggior quantità di energia nell’atmosfera; questa maggior quantità di energia porta si ad un innalzamento della temperatura media annuale, ma anche ad una maggior intensità e violenza dei fenomeni. Non dimentichiamo che quest’anno abbiamo potuto assistere ad un maggio piuttosto freddino immediatamente seguito da un luglio torrido all’inverosimile. Ora ci troviamo con l’Europa sommersa dalla neve, in quantità superiori a quelle a cui eravamo abituati, mentre in Sicilia le temperature massime sfiorano i 20 gradi centigradi.

Questo genere di affermazioni, volte a mettere in discussione il fenomeno ormai ampiamente dimostrato del “riscaldamento globale”, portano inevitabilmente a riportare l’attenzione sulla dimostrazione del fenomeno anziché sulle iniziative ormai impellenti sul suo contrasto.

Purtroppo il punto di non ritorno è sempre più vicino e noi ancora discutiamo se la temperatura si sia o meno alzata di quel mezzo grado “chesaramai”…

Di libri ed eBook

Libro catena

rosefirerising via Flickr

Vorrei tornare sulla questione degli eBook, di cui ho già parlato qualche tempo addietro. In particolare vorrei esprimere qualche considerazione sul modello promozionale attualmente adottato dalle case editoriali che offrono i libri elettronici tra i loro prodotti.
Molti paragonano (a ragion veduta) gli eBook agli mp3: infatti la riduzione del volume (in primis) a parità di qualità “utile” rendono questi due prodotti dell’evoluzione tecnologica piuttosto simili; due lievissimi dettagli li differenziano: il prezzo e la possibilità di “generarli” comodamente.

La questione del prezzo è un fattore sicuramente primario nel processo di affermazione del prodotto, ed è attualmente piuttosto uniforme in tutto il mondo, da Amazon alle piccole case editrici italiane: il prezzo di un ebook non si discosta in modo significativo dal prezzo del libro. Vi faccio un esempio concreto: attualmente l’ebook di “La Caduta dei Giganti” di Ken Follet (un autore a caso tra quelli conosciuti) costa 15,99€, con un risparmio di meno di 2 euro rispetto alla versione stampata.
A queste condizioni economiche perché dovrei acquistare l’ebook, considerando oltretutto che dovrò dotarmi di un’apposita device (dal prezzo non trascurabile, solitamente di almeno 200 euro) per poterlo leggere comodamente in mobilità (la vera “novità” degli ebook)?

C’è poi la questione della generazione del materiale digitale a partire dal materiale fisico già posseduto; se possiedo un CD originale, nessuno (nessuno!) mi vieta di generarne una versione digitale da utilizzare con il mio lettore mp3. Si tratta di un processo piuttosto banale, gratuito e dal risultato qualitativamente accettabile, che taglia letteralmente fuori dal mercato del “trasferimento digitale” le case discografiche.
Con gli ebook questo processo è indubbiamente più complesso e rischia di avere un risultato molto più scadente. Ecco però che le case editrici potrebbero allora volgere questa difficoltà a loro vantaggio: se io possiedo la copia cartacea del libro non sono certo invogliato ad acquistarne la versione digitale a prezzo pieno, ma sarei magari disposto a spendere qualche euro (3, 4?) che sarebbe praticamente tutto guadagno della casa editrice.
Invece al momento la grande iniziativa di marketing si limita al consentire la vendita del formato digitale allo stesso prezzo del libro, “castrando” un mercato potenzialmente interessante ed in espansione.

E non è da sottovalutare la questione del DRM: la battaglia per impedire la copia e la diffusione degli mp3 è stata persa (dalle major discografiche), dopo una battaglia violenta e sanguinosa, quando finalmente si è accettato di ridurre i propri guadagni per rendere poco conveniente la copia degli mp3 rispetto all’acquisto del brano singolo (ormai standardizzato intorno all’euro circa). Quanto ci vorrà perché questo accada anche con gli ebook? Per quanto tempo non saremo in grado di trasferire un ebook da una device all’altra o peggio, da un software all’altro?

La miopia indotta dal denaro è notevole, e questa sarà l’ennesima occasione per dimostrarlo. Ed a pagarne le conseguenze saranno, come al solito, i consumatori…

Viva le primarie

Bersani

Senzaaggettivi via Flickr

Come spesso capita, non sono proprio “sul pezzo” per quanto riguarda la questione delle dichiarazioni di Bersani di qualche giorno fa, che vorrebbero il Segretario intenzionato a concludere l’esperienza delle primarie. Per questo cercherò di essere non breve, di più.
Ci tengo però a dire ad alta voce che sono profondamente contrario a questa ipotesi, come per altro altri esponenti del Partito, ben più titolati hanno avuto modo di affermare prima di me.

Il motivo è presto detto: l’istituto delle Primarie è al momento non solo una delle grandi novità democratiche e partecipative che legano il PD alla sua base ed attraggono la cittadinanza facendola finalmente sentire “partecipe” delle scelte (che per altro sono ulteriormente limitate da questa infame legge elettorale), ma rappresenta anche uno degli strumenti di unità e democrazia che consentono di tenere insieme un partito che altrimenti andrebbe (a mio avviso) rapidamente allo sfascio.

Sono convinto che se il Partito Democratico vuole diventare davvero un partito di maggioranza e tornare al governo, ciò non possa prescindere da due fattori fondamentali: dibattito e primarie. In sintesi: partecipazione.

Corsi e ricorsi storici

Assedio al parlamento

ateneinrivolta via Flickr

Traggo da “Quotidiano Nazionale” del 23/10/2008, intervista (fonte qui e qui) di Andrea Cangini (D) a Francesco Cossiga (R).

D – Presidente Cossiga, pensa che minacciando l’uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
R – Dipende, se ritiene d’essere il Presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l’Italia è uno Stato debole, e all’opposizione non c’è il granitico PCI ma l’evanescente PD, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia.
D – Quali fatti dovrebbero seguire?
R – Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero Ministro dell’interno.
D – Ossia?
R – In primo luogo, lasciar perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…
D – Gli universitari, invece?
R – Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città.
D – Dopo di che?
R – Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri.
D – Nel senso che…
R – Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano.
D – Anche i docenti?
R – Soprattutto i docenti.
D – Presidente, il suo è un paradosso, no?
R – Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!
D – E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? In Italia torna il fascismo, direbbero.
R – Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio.
D – Quale incendio?
R – Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale.
D – E’ dunque possibile che la storia si ripeta?
R – Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo.
D – Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.
R – Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama…
D – Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente…
R – Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all’inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com’era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla… Ma oggi c`è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente.

Tra arrabbiati e infiltrati, botte e violenza

Scontri Roma

ziopilo via Flickr

La polemica sugli scontri di martedì a Roma è su tutti i blog, tutti i giornali, tutte le bocche. Potrei mai esimermi dall’aggiungere la mia (futile) opinione al mare di commenti che già vi sono piovuti addosso? Se la risposta che vi siete dati è si, passate pure qui.

Dicevamo dunque; Roma, 14 dicembre 2010: le manifestazioni di protesta indette da numerose organizzazioni (tra cui sindacati e gruppi studenteschi), che durante la mattinata hanno sfilato per le vie della capitale in un atteggiamento assolutamente pacifico, vengono improvvisamente colte da una spinta violenta e facinorosi venuti da mezza Italia cominciano a spaccare vetrine, dare fuoco ad automobili e blindati delle forze dell’ordine. Al di la della schizofrenia dimostrata dai manifestanti, sono molti gli elementi da analizzare e considerare.

Cominciamo dalla gestione mediatico-politica che è stata fatta della notizia in se: da destra e da sinistra si è immediatamente gridato contro la parte avversa, portando a supporto della propria tesi le più disparate ragioni; il PD accusa il Governo per la condizione di disperazione a cui ha portato una parte della popolazione, il Governo accusa il FLI per “aver scatenato la crisi” e via discorrendo. Nessuno ha considerato che dei 20.000 manifestanti, gli scontri sono stati portati avanti da un’esigua minoranza di loro, quindi è demagogico manipolare l’intera folla che si trovava a Roma martedì pomeriggio a fini politici.
Altrettanto errato è considerare in modo semplicistico quanto è accaduto: le motivazioni che hanno spinto taluni alla violenza è probabilmente diversa da quella che vi ha spinto taluni altri.

Secondo fattore da considerare è la gestione della risposta alle violenze da parte delle forze dell’ordine: come già accaduto numerose altre volte, Polizia, Finanza e Carabinieri si sono trovati a dover gestire le cariche dei violenti con forze esigue (si parla di cariche fatte da un pugno di poliziotti contro decine di manifestanti, chiaramente miseramente fallite). Oltre a mettere a rischio l’incolumità stessa degli agenti (pensate a quel finanziere che ha persino dovuto difendere la propria arma nel momento in cui, durante una fuga di fronte alla carica respinta, è caduto a terra ed è stato letteralmente assalito dai manifestanti), questo genere di gestione porta ad un ulteriore violenza nella reazione dei poliziotti, unico modo a loro disposizione per provare a “gestire” gli aggressori. Ecco allora che si arriva ad episodi che non avrei mai più voluto vedere e che ricordano fin troppo da vicino gli scontri al G8 di Genova (fissati purtroppo indelebilmente nella memoria di molti di noi).
Altra cosa che ricorda da vicino Genova è l’istituzione di una “zona rossa” (per altro mal collocata, visto che lasciava scoperta una vasta parte del centro di Roma per concentrare la protezione sola sola zona istituzionale), che è immediatamente diventata (come a Genova) un obiettivo dei manifestanti, un punto da raggiungere, una barriera da abbattere.
Pochi agenti quindi, mal collocati, la mancanza di coordinamento tra le varie forze dell’ordine schierate e l’individuazione di un ottimo bersaglio per i violenti: come si poteva pensare di gestire una manifestazione di 20.000 persone “che volge al peggio” in queste condizioni? Ritengo che questa sia un’accusa piuttosto pesante nei confronti del ministero dell’interno, dei vertici della polizia romana, sul cui comportamento e responsabilità sarà necessario fare un’indagine approfondita. Soprattutto considerando che durante i due anni di Governo Prodi ci sono state manifestazioni anche delicate senza alcuno scontro violento (ricordo una visita di Bush a Roma che si portava dietro parecchia tensione e che si risolse invece in una manifestazione pacifica e molto sentita).

C’è poi la questione degli infiltrati: pare confermato che tra i manifestanti ci fossero dei poliziotti in borghese che sebbene da un lato abbiano aiutato gli agenti in difficoltà, parrebbero dall’altro aver fomentato i violenti (in particolare ci sarebbe un agente in borghese, con una giacca a vento color senape, che ha a più riprese “aggredito” i propri colleghi con una pala ed un bidone della spazzatura). Mi chiedo l’utilità di questi agenti infiltrati, in quanto il loro numero sarebbe troppo esiguo per consentire una reale “influenza” sulla manifestazione stessa (comunque miseramente fallita, visti i risultati). Curioso oltretutto come lunedì sera, un ministro aveva cominciato ad attaccare il FLI e Fini affermando che il giorno seguente la città sarebbe stata messa “a ferro e fuoco” dagli autonomi. Quantomeno profetico ed inquietante, anche se non vi fosse nessun legame concreto tra le parole ed i fatti.

Infine c’è la questione della rabbia; dalle “analisi del giorno dopo”, fatte in assemblea dai manifestanti stessi, emerge una “spaccatura” importante: c’è chi accusa un manipolo di “violenti” estranei alla manifestazione che avrebbe dato origine e praticamente condotto in modo autonomo la parte violenta della manifestazione (al punto che, questo pare confermato, in Piazza del Popolo i manifestanti cercavano di fermare i violenti, piuttosto che di unirsi alla sommossa) mentre altri rivendicano in qualche modo l’esito violento della manifestazione, parlando di rabbia repressa, situazioni intollerabili, nessuna alternativa.
Ai primi vorrei dire che fa parte del gioco e proprio per questo va messa in conto la necessità di fermare queste persone sul nascere: l’alternativa è quella di venire strumentalizzati da una parte politica e dall’altra, diventando tutti “i violenti” e consentendo così di accantonare il messaggio che la manifestazione (pacifica) voleva trasmettere.
Ai secondi basta dire che non è questo il modo: capisco rabbia e disperazione ma la violenza è sempre dalla parte del torto.

Riprogettiamo l’Ecopass?

Minibus elettrico

FrenchCobber via Flickr

Che l’Ecopass di Milano sia un flop clamoroso dal punto di vista ambientalistico è sotto gli occhi di tutti. Ho avuto modo più volte di discutere la mia posizione sull’argomento e non ci tornerò in questa sede.
Vorrei invece proporre qualcosa di più costruttivo (sebbene solo a parole, visto che non credo che qualcuno valuterà seriamente questa proposta), ovvero una rivisitazione dell’Ecopass in chiave ecologica.

Il primo problema dell’attuale Ecopass è che coinvolge un’area limitatissima (pochi chilometri quadrati). Se si vuole davvero intervenire sull’inquinamento dell’aria a Milano si deve prevedere un’estensione dell’area Ecopass perlomeno all’intera area comunale di Milano, con l’invito ai comuni limitrofi ad unirsi per un ulteriore ampliamento dell’area coperta.

Secondo grosso problema dell’Ecopass è che il prezzo che si paga per l’ingresso all’interno dell’area è basato sulla tipologia dell’alimentazione anziché sul’emissione effettiva. Capita così che un Cayenne S che emette 358 g/km di CO2 paga lo stesso costo d’ingresso di una Opel Corsa, che emette solamente 98 g/km di CO2, con buona pace dell’intento iniziale. E’ allora necessario stabilire un prezzo proporzionale alle reali emissioni dei veicoli: per esempio si potrebbe concepire un prezzo giornaliero di 0,10 € (dimezzato per le auto ibride) ogni grammo di CO2 per chilometro oltre i 80 g/km (che potrebbe essere un target da raggiungere, eventualmente da modificare negli anni), ai quali andrebbero aggiunti (anche nel caso in cui si tratti di un’auto elettrica) il costo di due biglietti dell’autobus (2 euro), abbuonati solamente nel caso in cui nell’automezzo ci siano almeno 3 persone (che per altro si potrebbero anche dividere il costo dell’Ecopass, incentivando intrinsecamente il car-sharing). Ecco allora che la nostra Opel Corsa entrerebbe in Ecopass al prezzo di 3,80 euro al giorno mentre il più grosso ed inquinante SUV si troverebbe a dover pagare 29,80 euro a giornata.
Si potrebbe anche ipotizzare una seconda fascia di prezzi, per coloro che non entrano all’interno dell’area circoscritta dalla seconda circolare (quella della 90/91 per intenderci), con prezzi ridotti di un 30-40% (per via della maggior area in grado di smaltire la CO2 e gli inquinanti prodotti).

Terzo enorme problema dell’Ecopass è l’assoluta mancanza di alternative per tutta una serie di utenti: non ci sono parcheggi. La soluzione che propongo a questo problema sta nella costruzione di capienti parcheggi di interscambio, collocati in prossimità di svincoli autostradali (in modo da ridurre al massimo la congestione che il loro utilizzo andrebbe a generare) ed adeguatamente serviti dai mezzi pubblici. Il prezzo del parcheggio potrebbe essere sostanzialmente azzerato nel caso in cui l’automobilista sia in possesso dei due biglietti ATM (1 euro l’uno) che ne comprovano l’uso dei mezzi pubblici per lo spostamento all’interno della città. Per le auto elettriche si potrebbero prevedere colonnine di ricarica (e magari piani interi loro unicamente dedicati) con corrente a prezzi scontati. Questi parcheggi di interscambio potrebbero anche costituire il luogo ideale dove collocare le bici-stazioni (con officina di riparazione).

Naturalmente una larghissima parte (80%?) dei proventi derivanti dall’Ecopass dovrebbero andare a potenziare la rete di trasporti pubblici: metropolitane dove possibile, ma anche tram e autobus, con l’introduzione di nuove linee, fermate ed incremento della frequenza sulle linee già esistenti, grazie all’adozione di un piano strategico di potenziamento della mobilità pubblica e verde (per esempio utilizzando autobus più piccoli nelle fasce di minor traffico passeggeri, magari completamente elettrici).
E magari si potrebbe per una buona volta dare a Google Maps l’elenco degli orari aggiornati dell’ATM, in modo da consentire la pianificazione degli itinerari anche con l’uso di mezzi pubblici?

Mi rendo conto che tutto questo può avere il sentore del sogno, ma se si vuole davvero intervenire sulla qualità dell’aria e sul decongestionamento di Milano, ritengo sia l’unica strada perseguibile…

RANT: Consiglio Comunale

Mezzanotte

TWCollins via Flickr

Dire che sono inviperito è poco: tanto con la maggioranza (che non ha saputo gestire in modo accorto la questione) sia con l’opposizione (che per malizia o ingenuità ne ha approfittato).
Riassumo i fatti: questa sera si è svolto il Consiglio Comunale di Cinisello Balsamo. Argomento principe all’ordine del giorno il tema dell’acqua pubblica, con il dibattito e la votazione di una mozione di iniziativa popolare a favore della garanzia della gestione pubblica dell’acqua. Insieme a questo punto, all’ordine del giorno vi erano un paio di ratifiche prettamente tecniche riguardanti dei “PI invarianti” in scadenza settimana prossima.

Grazie ad una sospensiva chiesta dall’opposizione (“per decidere su come votare”, visto che non ci si poteva preparare prima) e durata oltre un’ora, si è giunti a dover votare questo punto dell’ODG immediatamente a ridosso della mezzanotte. Poiché per regolamento del Consiglio stesso, a meno di una decisione all’unanimità dei consiglieri, la seduta non può essere prolungata oltre la mezzanotte se non per terminare la discussione in corso, i Presidente del Consiglio Comunale ha chiesto ,  tenendo presente l’urgenza relativa a’approvazione  (una formalità, per altro), il prolungamento della sessione, al fine di non far slittare a giovedì (ultima data utile) il voto sui punti seguenti.

La discussione in merito al prolungamento (cominciata per altro ampiamente prima della mezzanotte), ha portato a votare la mozione sull’acqua a pochi minuti dalla mezzanotte, ed il rifiuto finale al prolungamento da parte di un consigliere di minoranza (mosso dalla letterale ottemperanza al regolamento) ha portato alla definitiva sospensione della seduta un minuto dopo la fatidica mezzanotte.

Risultato: i cittadini di Cinisello Balsamo dovranno pagare il gettone di presenza per la giornata di martedì 14 dicembre ai 26 consiglieri presenti in modo assolutamente inutile (visto che i due PI non sono stati votati). Se anziché discutere dell’opportunità o meno di proseguire la sessione si fosse votata immediatamente la mozione, passando direttamente ai voti dei due PI, si sarebbe probabilmente fatto ricadere tutto entro la mezzanotte (dato che la proposta del Presidente è stata lanciata alle 23:38…).

Poi si parla di sprechi…

Commento al discorso di Berlusconi al Senato

PaoloSerena via Flickr

Ho appena finito di sentire (ancora una volta grazie alla diretta di Radio Popolare, sempre sul pezzo) il discorso del presidente del consiglio Berlusconi relativamente alla mozione di fiducia che verrà votata domani mattina al Senato (discorso che se non vado errato verrà replicato questo pomeriggio alla camera dei deputati).
Due in particolare sono i passaggi che hanno suscitato in me l’intenzione di argomentare il discorso del premier, l’appello alla responsabilità e la questione della sovranità popolare (con il riferimento al sistema tedesco a fare da ciliegina sulla torta).

In primis, per quanto riguarda la sovranità popolare, pare che Berlusconi continui a faticare nel comprendere come funziona la Repubblica Parlamentare italiana. In particolare sembra sfuggirgli (e non mi stupisce) il meccanismo della “rappresentanza”, tramite il quale gli elettori non eleggono direttamente il capo del governo (e grazie alla sua legge elettorale neppure i parlamentari), ma propri “rappresentanti” in Parlamento, ai quali è demandata sia la responsabilità di eleggere il Capo dello Stato, sia di formare il governo (su mandato dello stesso Capo dello Stato). L’Italia non è una Repubblica Presidenziale, il voto degli elettori non è “pro” o “contro” la persona di Silvio Berlusconi (come invece l’attuale premier ha cercato demagogicamente di trasformare lo scenario politico degli ultimi 15 anni)…
Un cambio di maggioranze all’interno di una legislatura, quindi, non è da considerarsi come un “tradimento del mandato elettorale”, in quanto i parlamentari, rappresentando la popolazione che li ha eletti, ne interpretano i sentimenti e le opinioni anche quando queste portano alla composizione di nuove alleanze politiche (e anche quando, che piaccia o meno al premier, queste nuove alleanze modificano gli equilibri di governo, eventualmente portando a nuove maggioranze). Il riferimento fatto da Berlusconi riguardante il sistema parlamentare tedesco sembrerebbe andare proprio in questa direzione: la “fiducia costruttiva” con cui i parlamentari tedeschi possono “sfiduciare” un governo quando possono garantire di poterne formare uno nuovo è proprio ciò che il FLI vorrebbe accadesse in Italia (pare), altro che tradimento. Naturalmente tutti quanti, al termine della legislatura, dovranno assumersi la propria responsabilità davanti agli elettori, che potrebbero non gradire il comportamento “mobile” di alcuni loro rappresentanti, negando loro un nuovo mandato…

Secondariamente c’è la questione dell’appello alla “responsabilità” di tutti i parlamentari, attraverso il quale il premier Berlusconi cerca di spingere i parlamentari indecisi a votargli la fiducia nell’ottica di una (cito) “continuità operativa”: mi chiedo che razza di “continuità operativa” sia quella che ha portato a “immobilizzare” il lavoro della Camera dei deputati nelle ultime due settimane, in attesa del voto di fiducia di domani… mi chiedo che genere di “continuità operativa” sia quella che porta a discutere dei processi del Premier anziché rispondere alla crisi economica (che ora pare essere stata affrontata “tempestivamente” dal governo, che mi pareva di ricordare avesse definito “inesistente”)…

L’avete votato e ora ce lo teniamo…

RANT: Bartolini Corriere Espresso

Bartolini

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Sono sinceramente allibito. Allibito di come un’azienda che tratta a pesci in faccia i propri clienti possa avere il successo commerciale che ha Bartolini Corriere Espresso. Voglio rendervi partecipi di quella che è la mia esperienza di questa mattina, giusto ad indicare che non parlo di cose campate per aria, che pare essere piuttosto diffusa.

Ieri sera (controllata la posta dopo il ponte), trovo nella casella della posta una notifica di Bartolini per “mancato recapito causa destinatario assente”, relativa ad un pacco che sto aspettando. Sul retro della notifica c’è scritto che è stata consegnata il 3 dicembre alle ore 13:07. C’è scritto anche che la notifica non vale per il ritiro, in quanto un loro incaricato sarebbe ripassato il giorno successivo per un nuovo tentativo di consegna. Contemporaneamente mi chiedono di contattarli entro 48 ore (domenica?), altrimenti il pacco verrà messo in giacenza. Va bene, pazienza: al di la del fatto che avendo io indicato il mio indirizzo email nell’ordine del prodotto potrebbero anche organizzarsi per farmi avere una notifica via email, tra fornitore e spedizioniere, assumo il fatto che il mio pacco sia in giacenza.

Questa mattina, ore 12:00 circa (lavoro anche io, e la mattinata non è stata proprio di quelle più leggere), chiamo Bartolini al numero indicato sulla notifica (non valida per il ritiro, ma tant’è) e passo i miei primi 11 minuti di attesa. Ad un certo punto una voce femminile (che credo appartenesse effettivamente ad una persona) mi risponde, e mi rimette in attesa farfugliando “la trasferi” immediatamente dopo che gli ho riferito di chiamare per un pacco. Altri 15 minuti d’attesa. Finalmente risponde un’altra voce femminile che mi riaggancia simpaticamente il telefono in faccia mentre le sto dicendo che ho una notifica di mancato recapito.

A questo punto sono le 12:35 e Bartolini chiude per la pausa pranzo. Io ho perso mezz’ora di tempo al telefono senza sapere dov’è il mio pacco, che devo fare, chi devo chiamare, quando terminerà la giacenza… in compenso conosco molto bene la musica d’attesa del loro centralino.
Mi sono trattenuto dal prendere la macchina e fiondarmi, lanciafiamme alla mano, alla sede di BOVISA 2 di Bartolini e riproverò a chiamare nel pomeriggio, ma la domanda sorge spontanea: perché indicare una procedura sulla notifica di mancato recapito quando non c’è nessuno a rispondere al telefono (o hanno le linee oberate)? Per le informazioni sulla giacenza non valeva la pena consentire di usare lo strumento online anche a quei poveri cristiani che come me non hanno il numero della spedizione (in quanto quello indicato sulla notifica risulta non valido per quel form)?

Non ho parole.