Archivio dell'autore: Giacomo Rizzo

Sulle “birre difficili” a Birra dell’Anno

Grazie all’intercessione di alcuni amici, ho avuto l’onore di essere inserito nella giuria di Birra dell’Anno 2017: è stata indubbiamente una “faticaccia” (1367 birre in 29 categorie, prodotte da 279 diversi birrifici – professionisti, quindi – da dividere tra 72 giudici internazionali non è come andare a zappare i campi, chiaramente, ma dal punto di vista del palato è un bell’impegno…), ma il parterre di personaggi che hanno fatto la storia della birra e con cui mi sono trovato seduto al tavolo vale questo ed altro.

Come per tutti i concorsi (in particolare quelli birrari, direi), una ridda di polemiche ha accompagnato l’annuncio dei risultati: non vogliatemene, ma vorrei proprio evitare di entrarci, non mi interessa. Da quel poco che ho letto qua e la, mi pare proprio che si tenda a guardarsi l’ombelico, lanciando invettive in ogni direzione senza cognizione di causa, quindi non vedo proprio ragione di adentrarmi ulteriormente nella discussione.

Quello invece di cui volevo parlare in questo post, è l’interessante discrepanza di qualità che ho notato tra le diverse batterie; in particolare, la qualità generale di alcune batterie a me assegnate, in cui figuravano stili più commercialmente popolari e molto sovente presenti nell’offerta dei birrifici artigianali di tutto il mondo (a beneficio d’esempio ne sceglieremo una in particolare, che chiameremo categoria ‘A’ senza dilungarci troppo nell’identificazione puntuale della stessa) a confronto con stili più “difficili” (sempre tra  batterie di cui mi sono occupato personalmente, di cui a mo’ d’esempio sceglieremo la categoria ‘B’, anche qui senza entrare troppo nei dettagli, non è importante).

Nella categoria A, su 20-30 birre da giudicare in 3 flight diversi, i giudici al mio tavolo hanno faticato a trovare una singola candidata che fosse “in stile”; anzi: una buona metà aveva chiari difetti, al punto di farci faticare non poco a selezionare per il round successivo il numero di birre che ci era stato dato come target (ci sono una serie di ragioni tecniche, dal bicchiere alla modalità di somministrazione, per i quali questi difetti potrebbero essere stati accentuati, diventando più palesi forse di quello che sarebbe stato indentificabile in bottiglia o alla spina, ma non è questo il punto).
Anche nella categoria B abbiamo avuto difficoltà ad arrivare al target, ma per ragioni opposte: la qualità delle candidate era decisamente alta, al punto da decidere di lasciar passare alle semifinali più birre di quanto non ci fosse stato assegnato come target.

Non mi soffermerò neppure a menzionare la qualità stellare delle due finali a cui ho partecipato, entrambe relative a stili piuttosto delicati, complessi da produrre e richiedenti periodi di maturazione significativi.

Qual’è dunque la causa di questa lampante differenza?

A mio modesto parere, è proprio la semplicità del processo produttivo a far si che si trovi un numero molto maggiore di “inventati” (nuovi – e vecchi, probabilmente – birrifici che sembrano non avere la più pallida idea di come si faccia birra di qualità) tra le contendenti delle categorie relative agli stili più “commercialmente appetibili”; tra gli stili più “difficili” invece (ovvero quelli che richiedono intervalli tra produzione e mercato significativamente più alti, tecniche o ingredienti più costosi, o che semplicemente richiedono al pubblico un palato un po’ piu “maturo” – brassicalarmente parlando – per poter essere apprezzate), le candidate sono probabilmente riconducibili a birrifici più navigati, che puntano alla qualità del prodotto, portando all’inevitabile miglioramento della qualità generale delle rispettive categorie.
Trovo questa spiegazione particolarmente indicativa del panorama brassicolo italiano, purtroppo, che vede una esplosione di nuove realtà di qualità estremamente variabile, per non meritare una riflessione…

Nei prossimi giorni cercherò di scrivere ulteriormente riguardo l’aspetto qualitativo delle birre disponibili sul territorio italiano, magari provando a dare qualche umile consiglio di “consumatore attento” ai nuovi birrifici.

Annunci

Aperto per turno

Sono quasi cinque anni che non scrivo qui sopra: i social network hanno sostituito, sebbene con modalità molto più effimere, quelle che erano le ragioni che mi portavano a scrivere qui.

I blog sono morti si diceva: in parte è vero (lo è sicuramente questo). Come tutte le cose, c’è un inizio ed una fine, o forse un’evoluzione.
Questo spazio resta aperto però: non voglio fare programmi, progetti, non voglio impegnarmi nei confronti di nessuno. Però visto che esiste, tanto vale utilizzarlo, no? Ho in mente un paio di cose (soprattutto birra… spiace :P) che vorrei condividere con coloro che sono rimasti “all’ascolto”, e magari coloro che le condivisioni dei social network porteranno nuovamente qui.

Potrebbe (e probabilmente sarà) solo un etereo ed effimero ritorno di fiamma, ma… Beh, chissà 🙂

Il mercato immobiliare di Dublino

Nell’ottica di restare a Dublino per svariati anni, ci stiamo muovendo nell’acquisto di una dimora accettabile.
Il mercato immobiliare irlandese e’ particolarmente favorevole al momento, soprattutto per quel che riguarda le case da acquistare (meno vero e’ invece per gli affitti): in particolare a causa della crisi le banche tentennano maggiormente nell’erogazione di nuovi mutui e questo ha portato ad un blocco quasi totale delle vendite e quindi ad un notevole calo dei prezzi. Tanto per dare un’idea delle proporzioni, una villetta su tre piani con giardino, tre camere da letto e una mansarda enorme a 40 minuti di metro dal centro di Dublino viene via oggi per meno di 240.000 euro, mentre solo due anni fa ne costava quasi 400.000. Una villetta a “soli” due piani (due camere da letto e uno studio) nello stesso complesso costa (listino) 179.000 euro, e si porta probabilmente a casa senza troppi sforzi per 135.000.

Nell’atto di comprare una casa in Irlanda, ci sono un paio di differenze rispetto al mercato italiano che vale la pena tenere a mente:

  1. le dimensioni delle case non si giudicano in metri quadri (trovate il valore nelle inserzioni, a cercarlo, e nemmeno sempre) ma in “camere da letto” (e le dimensioni delle camere da letto sono solitamente leggermente inferiori a quelle delle camere italiane)
  2. per l’acquisto non si va dal notaio. Vengono invece incaricati due legali (uno per parte) chiamati Solicitor, i quali si prendono carico degli interessi del proprio assistito, espletando tutte le verifiche necessarie. Il costo varia di solito in base al valore della casa che acquistate, ma si puo’ facilmente trovare un “prezzo fisso” tutto incluso per circa 2000 euro.
  3. l’eventuale agenzia che si occupa della vendita viene pagata solo dal venditore (in Italia spesso una quota parte viene pagata anche dall’acquirente)
  4. oltre all’arredamento del bagno (e la cucina, che in Italia non e’ sempre prevista), il prezzo della casa include spesso e volentieri i guardaroba (ma non i pavimenti, se non quelli di bagni e cucina). Le case in affitto invece sono quasi tutte interamente ammobiliate, e non ammobiliate viene richiesto comunque lo stesso prezzo.
  5. L’unica sostanziale tassa da pagare sull’acquisto della casa (allo stato) vale circa il 2% del valore dell’immobile. A questa si aggiunge una tassa annuale di 100 euro (al momento), destinata pare a salire nei prossimi anni fino ad un “inimmaginabile” 1000 euro annui per le proprietà’ più’ grandi.

Cio’ detto, se avete soldi da investire (o vivete a Dublino e siete in affitto :P) considerate l’idea di acquistare nella verde Irlanda… gli esperti affermano che i prezzi dovrebbero lentamente tornare a salire verso la fine del 2012, quando l’assestarsi della crisi dovrebbe consentire alle banche irlandesi una maggior flessibilità’ nell’erogazione dei mutui…

Di mestiere faccio… il pompiere

Mi è stato chiesto di cosa mi occupo per Amazon (beh, un bel po’ di volte per la verità). Diciamo che ad un mese e qualcosa dall’entrata in servizio ho le idee un po’ più chiare su cosa il mio team faccia e colgo l’occasione per buttare giù una breve descrizione (per lo spazio che l’NDA mi concede).

Essenzialmente il team in cui lavoro si occupa di “Event Management”. E’ poco chiaro? Se vi dicessi che “ci occupiamo della risposta agli incidenti Tier-1” è più chiaro? No? Bene, allora andiamo di metafore che rende il tutto più facile 😛

Essenzialmente il mio team agisce in modo analogo a come lavorano i pompieri (al punto che in alcuni frangenti ci occupiamo proprio di “fire fighting”): il nostro compito è quello di stare all’erta (proattivamente, di solito), svolgendo compiti di “secondo piano” (non salviamo gattini sugli alberi, ma ci occupiamo di “piccola manutenzione” alla immensa infrastruttura IT della compagnia) in attesa del momento in cui, a causa di un evento improvviso, entreremo in azione. L’azione in se consiste nell’effettuare alcune valutazioni di base (confermare che non si tratta di un falso allarme, determinare l’impatto sugli utenti dell’evento in analisi, …), dopodiché si procede con l’apertura di una “conference call” in cui poi, attraverso una procedura chiamata “ingaggio”, verranno chiamati a raccolta tutta una serie di personaggi (selezionati a seconda della tipologia di evento che ci troviamo ad affrontare) con lo scopo di individuare la causa e risolvere il problema nei tempi più rapidi possibile (considerando che in caso di problemi davvero gravi, la compagnia perde ben oltre il valore di un mio anno di stipendio ogni minuto, capite bene quanto la velocità di reazione diventi un fattore chiave). Una volta ingaggiato, il ruolo del mio team è quello di guidare la conference call, supportando i partecipanti e verificando che vengano rispettate le necessarie tempistiche e procedure (nei casi più gravi, veniamo a nostra volta supportati da un “leader” che si occupa della guida della conference call al posto nostro, consentendoci maggior concentrazione sulle altre mansioni).

Fortunatamente questo genere di eventi non è troppo frequente e buona parte del team (eccezion fatta per la persona “on call”, che è interamente dedicata alla sola attività di monitoraggio della situazione) è solitamente impegnato nella risoluzione di quelli che prima definivo “compiti di secondo piano”.
Vale la pena soffermarsi un secondo sull’analisi di quale genere di “manutenzioni” ci vengano richieste: non posso naturalmente elencare in dettaglio di che genere di attività si tratta, ma posso sicuramente descriverne la difficoltà media, che è significativa. Infatti la maggior parte delle problematiche di tipo tecnico (molte delle quali sono risolte in modo automatico, attraverso strumenti appositi oppure semplicemente perché l’infrastruttura nel suo complesso è progettata in modo da non renderli dei problemi) sono gestite internamente dai vari team. Qualora non riuscissero a venire a capo del problema, questo passa solitamente in mano nostra. Ecco allora che al nostro cospetto non si presentano più gattini sugli alberi, ma gatte da pelare discretamente incazzate.

Si tratta di un lavoro piuttosto stressante psicologicamente (soprattutto i turni “on call”, massacranti) come immagino sia quello dei pompieri, ma certo non ci si può lamentare dell’interesse medio di quello che si fa, delle possibilità di carriera o di alcuna forma di monotonia…

Del coraggio dell’andare via

Ieri un amico mi definiva “coraggioso” per la scelta di lasciare il lavoro in Italia e buttarmi a capofitto nella nuova avventura Irlandese. Come rispondevo a lui, è stato tutto così rapido ed inatteso che non ho realmente preso coscienza di cosa stavo facendo se non negli ultimissimi giorni prima della partenza stessa, quando in ogni caso non avrei comunque più potuto tornare indietro.

Ciò detto però, mi offre lo spunto per condividere con voi un paio di riflessioni che ho maturato in questo periodo.

Venire a vivere in Irlanda nel 2012, nel contesto in cui mi sono mosso io, è tutto sommato una questione abbastanza semplice. L’Irlanda fa parte dell’Unione Europea (Schengen in questo caso fa poco testo), adotta l’euro, ha abbandonato l’uso delle “pertiche al semimese” (cit) per le unità metrico-decimali già parecchi anni fa, io conosco l’inglese ad un livello sufficiente a farmi capire efficacemente al lavoro ed a poter comunicare con gli Irlandesi (sebbene con qualche difficoltà in certi particolari contesti :P). Il diffondersi poi delle linee aeree “low cost” inoltre, rende Dublino una città situata ad “un paio d’ore” di distanza da ciò che lascio, Milano, ed a prezzi assolutamente accettabili; se mi fossi trasferito a Bologna, o Firenze, non sarebbe sostanzialmente cambiato granché da questo punto di vista. Infine, ed è un punto da non sottovalutare, non ho figli a carico e questo rende chiaramente tutto più facile. Ci vuole dunque ben poco coraggio ad intraprendere questa strada, avendo alle spalle queste prerogative.

Ammiro invece i miei genitori, che una scelta analoga la presero nel lontano 1996, trasferendosi a Lussemburgo in un contesto completamente diverso. Le compagnie aeree non erano così economiche, il francese una lingua da imparare, l’Unione Europea molto meno coesa ed armonizzata di quanto non lo sia oggi (e no, l’Euro non c’era). L’hanno fatto con due figli a carico, allontanandosi di oltre 9 ore di strada dalla città dove avevano fino a quel punto vissuto e dove lasciavano i parenti.

Ammiro inoltre la mia mogliettina, che lascia il lavoro, gli amici e una lingua nota per seguirmi in un’avventura che tutto sommato (benché in modo condiviso) ho scelto io.

Cycle to work scheme: tanto semplice quanto geniale

Ho scoperto (da qualche tempo per la verità) che in Irlanda esiste una cosa chiamata “Cycle to work scheme”. Ve ne descrivo velocemente il funzionamento perché mi sembra un’idea tanto semplice quanto geniale (tutte le cose che “dopo” sembrano ovvie hanno qualcosa di geniale).

L’obiettivo di fondo è quello di promuovere l’utilizzo della bicicletta come mezzo di trasporto e commuting urbano nella città di Dublino. Ovviamente i primi interventi da fare sono la creazione di piste ciclabili (che qui non sono separate dal resto della strada con un divisorio in cemento, ne viene generalmente usato il marciapiede, semplicemente gli automobilisti prestano attenzione a chi viaggia in bicicletta), ma poi si pone il problema di incentivare in qualche modo l’acquisto del mezzo (che una volta che uno ce l’ha, perché non usarla, no?).
Ecco che entra in gioco lo schema “Cycle to work”: ci si presenta dal ciclista, si dichiara di voler aderire allo schema in questione, e si sceglie tra una serie di biciclette (non tutte quelle presenti, ma una discreta parte), si selezionano gli accessori (il giubbotto catarifrangente è un must, ma ci sono parecchie altre cose, dai cestini al motore elettrico che vengono spesso selezionate), si prova di essere un dipendente di una delle delle aziende che aderiscono (moltissime, visto che all’azienda non costa nulla di fatto) e ci si porta a casa un bellissimo modulo che, consegnato all’azienda in questione, farà si che quest’ultima paghi al ciclista l’intero importo della bicicletta e degli accessori selezionati (spesso con un tetto massimo di 1000 euro, ma capirai che fatica rientrarci) e scali 1/12 dell’importo dalla vostra busta paga mese dopo mese, per un anno. La parte interessante (altrimenti sarebbe poco diverso da un finanziamento), è che su questo 1/12 non si applicano le tasse, e quindi si ha un risparmio dal 20% al 52% sul prezzo della bicicletta ed accessori, a seconda del regime fiscale a cui è sottoposto lo stipendio stesso.

Ora mi è più chiaro come mai moltissimi colleghi arrivino in ufficio dotati di mantellina catarifrangente e caschetto, ma ancora di più come mai si vedano tantissimi ciclisti in giro anche con i climi più rigidi (che a Dublino non sono così frequenti, per la verità). Io provvederò alla scelta della mia bicicletta nei prossimi giorni (ci vuole qualche tempo perché tutte le procedure vengano messe in pratica, fino anche a due settimane)…

Tanto semplice quanto geniale, no? Ecco perché in Italia non funzionerebbe… :/

La doppia faccia di Mars Inc.

Quella sulla violenza sugli animali è una di quelle tematiche che tendo a non affrontare su questo blog. Il motivo, fondamentalmente, è che avendo tre gatti “a carico” sono piuttosto suscettibile, e mi rendo conto che faticherei a reggere il confronto dei commenti in modo civile e controllato come mi sono sempre ripromesso di fare. Quello che però vorrei portare alla vostra attenzione oggi però è un soggetto leggermente diverso (anche se contiguo).

Mi segnalava la mia dolce metà questa mattina un articolo che riportava a questa campagna della PETA. Sintetizzando, la Mars Incorporated (che controlla una serie di marchi piuttosto famosi nel nostro paese, tra cui M&M, Mars, Snikers e via dicendo, ma anche linee di prodotti per animali, quali Pedigree e Royal Canin) è ritenuta responsabile di finanziare esperimenti mortali sugli animali (la dove la legge non li prevede, tra l’altro) per verifiche sugli effetti di alcune sostanze poi usate nel confezionamento dei loro prodotti (per maggiori informazioni sul tema specifico, leggete la pagina della campagna, piuttosto chiarificatrice).

La cosa di cui volevo parlare però (al di la dell’invitarvi a scrivere a Mars Inc. la vostra indignazione utilizzando l’apposito form della campagna), è relativa alla doppia faccia che una simile multinazionale è in grado di reggere nel più largo silenzio (i primi video datano dell’Agosto 2008, non proprio l’altro ieri). In particolare, scorrendo le pagine “etiche” dell’azienda, scopriamo che tra gli esempi di applicazione dei 5 Principi dell’azienda c’è la campagna “Pedigree Adoption Drive“, attraverso la quale l’azienda si impegna a trovare casa alle migliaia di cani che vengono ogni anno finiscono nei rifugi. Cito testualmente e traduco a braccio dal sito precedentemente linkato:

In Mars Petcare crediamo nel nostro ruolo di rappresentare gli animali da compagnia. Lo facciamo di tutti i giorni con il nostro lavoro, consegnando cibo salutare agli animali di tutto il mondo. Lo facciamo anche attraverso iniziative come The PEDIGREE® Adoption Drive®.

Il PEDIGREE® Adoption Drive®, iniziato nel 2005, aiuta a trovare casa ai milioni di cani che finiscono nei rifugi ogni anno. Il programma raccoglie fondi per i rifugi e fornisce informazioni alle persone che vogliono adottare un cane, aiutando a connettere queste persone con i rifugi locali, sia per adottare un cane che per aiutare il rifugio stesso.

Se non fosse già abbastanza lampante, concludo il ragionamento: una multinazionale da 30 miliardi di dollari di fatturato annuo, riesce a reggere una campagna a favore degli animali (come quella citata qui sopra) proprio mentre finanzia esperimenti mortali (ed inutili) sugli animali, nel totale silenzio dei mass media, anche dopo che la faccenda (ovviamente tenuta segreta fin dove possibile) è stata messa in luce da un’ente comunque visibile come la Peta.

E’ proprio vero che i soldi guidano il mondo… vogliamo cambiarlo, una buona volta?