Nucleare: i perché di un no

Centrale Nucleare

mbeo via Flickr

Quando si parla di nucleare la posizione di chi è apertamente contrario alla costruzione di nuove centrali nucleari in Italia viene automaticamente associata con la paura che queste centrali possano portare pericolo per la popolazione, con la mente che rimanda le immagini di Cernobyl, alla questione del referendum che fermò il nucleare in Italia tanti anni fa; la naturale risposta a questa posizione (e qui solitamente si chiude la discussione, perché chi risponde si chiude poi a riccio e non ascolta più) è che le centrali nucleari moderne sono molto più sicure, e quindi si è automaticamente etichettati come “comunisti” e (paradossalmente) “conservatori”, o ancora più paradossalmente “gente che vive sulle paure della popolazione ignorante”.

Cerco allora spazio per spiegare la mia visione del nucleare in Italia: i perché di un “no” (fermo) che non è motivato da paure catastrofistiche ma da valutazioni più complesse e ragionate.

  1. Un problema non risolto: la questione delle scorie.
    Innanzi tutto, c’è la questione (mai risolta) delle scorie, dei prodotti della reazione nucleare che anche le centrali più moderne non possono smaltire. Tutti i paesi che hanno centrali nucleari sono ricorsi allo stoccaggio di queste scorie in luoghi dedicati (sottoterra o in superficie), ma considerando che la radiotossicità di parte delle scorie si esaurisce tra i 300 ed il milione di anni, appare chiaro come non si tratti di una reale soluzione al problema, bensì di un rimandare le conseguenze di un problema a fronte della soluzione di un’immediata necessità (l’energia): si tratta di un comportamento tipico dell’uomo moderno (fregarsene dell’ambiente a fronte di un ritorno immediato) che ha già portato a enormi conseguenze (il cambiamento climatico ma non solo) ed è decisamente ora che si prenda coscienza del nostro ruolo di distruttori del pianeta che abitiamo…
  2. Un problema rimandato: l’uranio come carburante.
    Una delle principali motivazioni che paiono spingere verso il nucleare è la dipendenza dal petrolio (o dagli altri stati confinanti, ma la ragione di questa dipendenza sta proprio nell’anti-economicità di costruire nuove centrali a petrolio in Italia), il cui costo va aumentando sempre più rapidamente e la cui durata si va via via riducendo (al punto che già oggi andiamo ad estrarre il petrolio in posizioni che fino a poco tempo fa erano considerate anti-economiche, vedere alla voce “Piattaforma BP nel Golfo del Messico“).
    Purtroppo il passaggio al nucleare non risolve il problema: la richiesta di Uranio è enormemente aumentata nell’ultimo decennio (proprio a causa dell’aumento massiccio della produzione di energia da reazioni nucleari), al punto da eccedere l’offerta. Il prezzo non poteva quindi che andare alle stelle, passando dai 7$ a libbra del 2001 agli oltre 135$ a libbra del 2007. Oggi il costo si aggira intorno ai 115$ per libbra, il che incide al 40% sul costo di produzione dell’energia, vale a dire 0,71c$ per kWh prodotto. Il problema del collegamento tra il costo dell’energia e le fluttuazioni del costo delle materie prime non viene quindi risolto, ma solo rimandato.
  3. La questione dei tempi.
    I problemi sopra elencati sono ulteriormente aggravati dalle tempistiche che l’adozione del nucleare comporta: secondo la “roadmap” ufficiale, la prima centrale nucleare italiana sarebbe inserita in rete nel 2020. Durante questi 10 anni nulla verrà verosimilmente fatto (per via dell’ingente investimento in corso che non giustificherebbe interventi di altra natura) sul fronte della riduzione della dipendenza dai paesi esteri (oltre il 70% del fabbisogno italiano, ad oggi), della dipendenza dal petrolio (il cui costo continuerà invece a salire esponenzialmente) e nel 2020 ci troveremo con un costo ancora maggiore dell’Uranio, con la maggior parte degli Stati Europei in piena fase di dismissione (diversi Stati, tra cui la Germania, hanno deciso di dismettere il nucleare al termine del ciclo di vita delle centrali attualmente esistenti) e verosimilmente in una realtà energetica profondamente diversa da quella che oggi ci spinge(rebbe) verso l’adozione del nucleare.
  4. Una falsa risposta: il nucleare costa di più.
    Abbiamo già abbondantemente detto dell’aumento del costo dell’Uranio e dei tempi di costruzione delle centrali, ma sul fronte economico c’è un’altra questione importante, ed è quella del costo complessivo di una centrale nucleare. Considerando che la fase di “dismissione” di una centrale può durare fino a 110 anni (come nel caso di quelle in via di dismissione in Inghilterra), vale a dire quasi 3 volte la vita utile di una centrale (30-40 anni con interventi costanti di manutenzione), e considerando che il costo di costruzione della centrale (ad esempio una da 1600MW) si aggira tra i 4 ed i 4,5 miliardi di euro. Fare i conti numerici non è banale (per via delle molte variabili, tra cui la necessità di costruire una filiera di distribuzione, il costo dell’Uranio, il costo di costruzione dell’impianto che è molto variabile a seconda della dimensione dello stesso), ma uno studio del MIT ha evidenziato, nel 2009, che il costo a kWh dell’energia nucleare è superiore a quello dell’energia prodotto da olio combustibile o gas, ed è per di più statisticamente in ascesa.
  5. Investire su una vera soluzione: le energie rinnovabili
    E’ forse il punto più semplice e banale: se non esistessero alternative, infatti, tutti i discorsi fatti qui sopra andrebbero rivisti. Sicuramente il costo maggiorato dell’energia che acquistiamo dall’estero impone degli investimenti per portare la produzione in Italia (tutto sta poi nella scelta della tipologia di investimento che vogliamo fare), ma proprio per via della geografia del nostro paese, sono numerosissime le fonti rinnovabili che possiamo utilizzare per produrre energia senza devastare economia ed ambiente: il sole, vento, fiumi e mari non ci mancano di certo. A parità di investimenti, le energie rinnovabili sarebbero meno costose, di più rapida attuazione, meno dipendenti dalle fluttuazioni delle materie prime, maggiormente diffuse sul territorio (con ricadute ovvie sui processi di distribuzione).

Se non sapessimo già la risposta, verrebbe quasi da chiedersi su quale malato principio si stia scegliendo, in Italia, di imporre con la forza l’adozione del nucleare…

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2 pensieri su “Nucleare: i perché di un no

  1. Siv

    Ovviamente concordo con te, ma c’è una cosa che non ho capito perchè non viene svolta: perchè non inviamo le scorie nucleari nello spazio?
    Ok, sorvoliamo sulle migliori storie di fantascienza: non credo che il costo di costruire e mandare un razzo dritto contro il Sole (il quale non credo si farebbe problemi per un po’ di uranio in più) costi di più che stoccare le scorie per il prossimo milione di anni… l’unica idea che ho è che non venga fatto per paura che qualcosa vada storto in fase di lancio; resta, tuttavia, una soluzione che secondo me non è affatto malvagia.

    Rispondi
  2. Giovanni

    Aggiungi un sesto motivo: “l’effetto Caltagirone”.
    Piu’ precisamente: ogni centrale nucleare è fatta con molto cemento.
    La mafia (e non solo) impera in questo campo. E’ dell’altro mese la notizia
    dell’impresa che vendeva “cemento impoverito”.
    Vogliamo che i reattori siano messi in questo tipo di palazzi ???
    Anche se tutte le altre 5 fossero ok questa basta per evitarlo.

    Giovanni

    p.s.: e ricordatevi il Vajont dove il cemento ha tenuto ma è venuto giu’ il monte Toc.
    Se non ci si puo’ fidare dell’idroelettrico figuramoci cosa possono combinare col nucleare

    Rispondi

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