10 motivi per scegliere GNU/Linux

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di Maggio 2007 di PcWorld

Un nuovo modo di vedere il mondo dell’informatica

Da quando, nel lontano 1984, Richard Stallman decise di mettere in piedi il progetto GNU, con l’ambizioso obiettivo di creare un sistema operativo simile a Unix ma completamente libero, l’idea del software libero e dell’opensource sono andate sempre piu rapidamente diffondendosi.

Oggi allo sviluppo di GNU/Linux (il sistema operativo opensource per antonomasia, benchè non sia affatto l’unico disponibile) contribuiscono materialmente ed economicamente anche grandi imprese del calibro di IBM, Sun, Novell, HP, Nokia, Siemens. Molte di queste imprese sovvenzionano economicamente lo sviluppo di Linux e degli altri software che compongono poi il sistema operativo completo, altre assumono team di sviluppatori o rilasciano sotto licenze libere alla comunità del “free software” alcuni loro applicativi, anche di notevole interesse commerciale (è il caso di Eclipse di IBM, o Java, OpenSolaris ed OpenOffice.org di Sun).

1. Libertà in tutte le salse

I meccanismi economici che stanno dietro a tutta questa libertà, sfuggono a molti utenti finali, che si chiedono come possa un software di qualità essere distribuito gratuitamente. L’intento di questo articolo non è quello di approfondire questo aspetto (anche perchè è già stato approfonditamente discusso ed esposto piu di una volta), ma trattandosi di una delle peculiarità principali di GNU/Linux, dalla quale spesso e volentieri discendono le altre, è utile spendervi due parole.

Innanzi tutto va detto che il software non è sempre stato proprietario, ne tanto meno a pagamento. In principio, il software era solo uno “strumento” tramite la quale sfruttare le potenzialità offerte dagli elaboratori, che erano la parte centrale del business dell’informatica. Con la diffusione dei computer “domestici” (i cosi detti Personal Computer), si è però aperto un nuovo mercato, immediatamente colonizzato da una serie di aziende (piu o meno grandi) che fanno della produzione di software il proprio business. Il meccanismo economico che sta dietro questo procedimento, è quello prettamente industriale: viene assunto un team di sviluppatori, che si occupano di scrivere software, il quale viene poi “inscatolato”, impacchettato e venduto sugli scaffali di centri commerciali, negozi di informatica, e via dicendo. Lo stesso modello economico che sta dietro alla produzione della carne in scatola o del dado di brodo, con la differenza che trattandosi di oggetti non materiali, facilmente duplicabili, l’azienda produttrice si riserva la proprietà del prodotto, concedendone l’uso “in licenza” all’utente finale (un po come se si trattasse di un contratto d’affitto).

Nel mondo dell’opensource invece, le cose sono leggermente differenti. Il software non viene piu visto come un prodotto, ma come il mezzo tramite il quale vendere un servizio, o delle competenze. Un’azienda che usa il modello opensource come fonte di business, non si fa pagare concedendo in licenza gli applicativi che produce, ma si fa pagare l’assistenza che vi fornisce, eventuali personalizzazioni che i clienti possono richiedere, il tempo-uomo dedicato alla scrittura di applicativi su commissione, e cosi via. Gli utenti sono, in questo modo, pienamente padroni del software che hanno acquistato, commissionato, o scaricato: le modalità di distribuzione del software libero infatti (ed in particolar modo quelli che utilizzano la licenza GPL), prevedono che questo sia corredato del proprio codice sorgente (quel codice a partire dal quale è possibile “generare” l’applicativo vero e proprio). Avendo a disposizione il codice sorgente, l’utente ne è padrone: può modificarlo, distribuirlo a sua volta, studiarlo, o persino rivolgersi ad un concorrente dell’azienda che lo ha prodotto per chiedere loro delle modifiche o delle personalizzazioni.

2. Ricerca della qualità (a basso costo)

Dall’adozione del modello di business del software libero, e dalle libertà in questo modo introdotte, deriva un secondo, importante vantaggio per l’utente finale (ma non solo): se un’azienda che lavora rilasciando sotto licenze libere vuole restare in vita, non potendo applicare politiche di “lock-in” del cliente (legandolo a se stessa tramite il vincolo del software proprietario, “è mio quindi devi chiedere a me”), deve necessariamente perseguire la qualità del software stesso, in modo che il cliente soddisfatto non si rivolta alla “concorrenza”.

Inoltre, lo sviluppo del software stesso procede piu speditamente e con basi piu solide. Non è infatti necessario riscrivere ogni volta tutto il software. Ogni entità coinvolta nello sviluppo di software libero (sia essa un’azienda, un programmatore indipendente o lo stesso utente finale), potrà attingere liberamente a tutto il software libero disponibile “sul mercato”, modificarlo secondo le proprie esigenze, e contribuire al meccanismo mettendo le proprie modifiche a disposizione di tutte le altre entità. In questo modo, si riducono gli investimenti necessari a creare software di qualità, lavorando in modo corale, distribuito e condiviso. Spesso e volentieri, questo porta all’eliminare quasi del tutto il concetto di concorrenza, o per lo meno a vederlo profondamente mutato.

Il tutto, in ogni buon conto, a beneficio dell’utente finale, che potrà giovarsi di software di qualità (bisogna naturalmente precisare che non tutto il software libero è software di qualità, naturalmente), a costi ridottissimi (spesso e volentieri, gratuitamente).

Il fatto stesso che un utente possa, una volta ottenuta una copia del software, regalarla (in quanto sua proprietà), impedisce di fatto di apporre un prezzo di vendita al software in quanto tale. Che senso avrebbe infatti vendere un software che gli utenti posso liberamente scambiarsi gratuitamente senza infrangere la legge?

3. Sicurezza

Contestualmente al miglioramento della qualità del software, il modello di sviluppo opensource (se ben applicato), porta anche ad un incremento della sicurezza del software (questo non vuol certo dire che tutto il software libero sia software sicuro, esattamente come non vuol dire che sia software di qualità). Un ulteriore incremento alla sicurezza dei software liberi però, deriva direttamente dalle modalità con cui la comunità si fa carico del loro sviluppo. Visto che lo sviluppo è spesso e volentieri distribuito (tanto quanto lo è il codice sorgente e la voglia di fare dei coloro che contribuiscono), ci sono moltissimi occhi contemporanemante puntati sul codice, alla ricerca (anche) di eventuali problemi che vengono cosi risolti in breve tempo. Anche a fronte della scoperta di un bug particolarmente pericoloso, tramite un lavoro coordinato e distribuito, è possibile ottenere la soluzione del problema nell’arco di pochi giorni. Anche nel caso in cui il gruppo di sviluppo di un determinato applicativo non reagisse nei tempi desiderati, avendo a disposizione il codice sorgente, l’utente potrà sempre provvedere in prima persona ad individuare e corregge i bug, oppure piu banalmente ad affidarne individuazione e correzione alla propria azienda informatica di fiducia.

Nel mondo del software proprietario, gli occhi che possono essere puntati sul codice sono numericamente inferiori (anche perchè spesso e volentieri dedicare attenzioni alla ricerca di bug nel codice significa stornare forze al lavoro di sviluppo di nuovi applicativi), e questo pregiudica la rapidità d’intervento, giugendo a volte a risolvere i problemi solo dopo alcuni mesi durante i quali gli utenti rimangono esposti agli attacchi provenienti dalla rete, sempre piu presente e pervasiva.

Non è un mistero ormai per nessuno che determinate insidie legate alla sicurezza informatica, quali virus, spyware, e dialer siano peculiarità dei soli sistemi basati su Microsoft Windows. Questo è dovuto ad una lunga serie di ragioni, tra le quali troviamo sicuramente la maggior diffusione dei citati sistemi, ma anche una serie di brutte abitudini che gli utenti di Windows hanno e che sugli altri sistemi operativi vengono limitate già a livello di progettazione del software.

L’accesso al sistema tramite l’utilizzo di un utente “amministratore” (colui in pratica che può modificare la configurazione del sistema operativo, installare nuovi applicativi o rimuoverne altri) viene proposta come default al momento dell’installazione di un sistema operativo Microsoft Windows. Questo fa si che gli utenti piu sfaticati si limitino ad utilizzare il sistema cosi configurato, esponendolo all’attacco di numerosi malware e virus, che potranno sfruttare i pieni poteri dell’utente per riprodursi sul sistema ed in rete. In piu, molte aziende produttrici di software finiscono con il dare per scontato che gli utenti vantino privilegi inutili (non serve infatti avere tutti questi privilegi per le operazioni comuni quali leggere la posta, elaborare o riprodurre documenti, navigare il Web…), con la conseguenza che spesso e volentieri una serie di applicazioni “non girano” (non possono essere utilizzate) senza questi privilegi.

Su quasi tutti gli altri sistemi operativi (e naturalmente su GNU/Linux), la suddivisione dei privilegi degli utenti vengono imposte in maniera molto piu forte. L’installazione stessa di praticamente tutte le distribuzioni GNU/Linux imposta due utenti, un amministratore (che non verrà utilizzato se non per eseguire le operazioni di configurazione e/o aggiornamento del sistema) ed un utente non privilegiato, che potrà essere utilizzato per le operazioni quotidiane. Questo semplice espediente riduce sensibilmente i rischi a cui il sistema è esposto. Anche grazie a ciò, alla prova dei fatti, su GNU/Linux il problema dei virus, degli spyware e dei dialer non esiste. Semplicemente non si installano ne riproducono. Naturalmente si paga questa sicurezza con alcuni piccoli fastidi (ad esempio il dover inserire la password dell’utente amministratore quando si vuole installare un nuovo applicativo), che però sono tutto sommato accettabili se paragonati ai ben piu importanti fastidi che possono portare i malware.

4. Compatibilità oggi e domani

Abbiamo già parlato, qualche paragrafo piu indietro, del modello di business del software proprietario, che vede il software come un prodotto da vendere in quanto tale, impacchettato ed inscatolato. Oltre alla mancanza di libertà che questo comporta, non concedendo all’utente la proprietà del software acquistato ma solo una licenza d’uso, ci sono un altro paio di aspetti che derivano da questa scelta commerciale, e che probabilmente toccano gli utenti molto piu profondamente di quanto normalmente non si pensi. Il primo dei due problemi, è quello della compatibilità con gli standard.

Per difendere i propri applicativi dalla concorrenza, questo genere di aziende utilizza formati chiusi e protetti da “proprietà intellettuale” (che brutta parola… sembra quasi che qualcuno possa essere padrone di un’idea…), detti “formati proprietari”, che possono essere utilizzati solo a fronte del pagamento di una royalty in moltissimi stati (tra i quali, per fortuna, non quelli dell’Unione Europea, anche se lo scorso anno una lobby di aziende ha cercato di spingere affinchè questa possibilità venisse introdotta anche in Europa). Oltretutto è severamente vietata l’analisi del software (detta “reverse engineering”) per estrapolarne il formato dei dati in modo da consentire la realizzazione di applicazioni che gestiscano questi formati.

Grazie all’utilizzo di formati proprietari, di fatto, le aziende che producono software proprietario legano ai propri applicativi gli utenti. Se infatti volete aprire un file di AutoCad (noto applicativo proprietario per il disegno CAD), non potrete farlo a meno di usare quello stesso applicativo che l’ha prodotto. Per di piu, questo “legame” viene sfruttato senza esitazione per portare gli utenti nella condizione di dover necessariamente aggiornare il software: andando a cambiare il formato documentale con le nuove versioni del software (come sta facendo Microsoft con l’introduzione del nuovo formato OpenXML in Office 2007), le aziende fanno si che questi si diffondano, costringendo tutti ad aggiornare il software alla versione piu recente, per poter cosi leggere questo nuovo formato documentale, man mano che si diffonde.

Nel mondo del software libero, questo problema non si pone nemmeno. Non c’è infatti alcuna azienda che debba legare a se gli utenti al fine di continuare a vendere il proprio software. Anzi, al contrario, il rispetto degli standard è segno di qualità ed affidabilità di un’applicazione. Visto che la ISO (International Standard Organization) prevede formati per le diverse tipologie di applicazioni, compreso uno standard documentale semplice e funzionale come ODF (implementato nativamente da OpenOffice.org), la comunità del software libero utilizza questi formati per la produzione di documenti, anche se poi i diversi applicativi (OpenOffice.org compreso) sono in grado di leggere e/o riprodurre anche formati proprietari (probabilmente con l’espediente di fare “reverse engineering” per scoprirne la struttura in quegli stati che consentono di farlo).

5. Durata nel tempo

Il secondo aspetto legato alla scelta del modello di business del software proprietario è quello della cosi detta “Obsolescenza programmata”. Si tratta della strategia commerciale che porta una determinata tecnologia (sia essa hardware o software) ad essere sostituita (e quindi resa obsoleta) da una nuova versione dopo un periodo predefinito di tempo. Questo è fondamentale per un’azienda che basa la sua esistenza sui profitti derivanti dalle vendite del proprio prodotto, ma non lo è assolutamente per la comunità del software libero.

Ecco allora che mentre le grandi multinazionali del software non prevedono il supporto per vecchi formati documentali dopo 2 o 3 versioni di uno stesso applicativo (costringendo l’utente ad acquistarne una nuova versione), OpenOffice.org è in grado ancora oggi di leggere (e scrivere) documenti “.doc” di Word 6.0 o Word 95. Spesso addirittura viene utilizzato proprio per recuperare vecchi documenti che le versioni commerciali di molte suite per l’ufficio non sono piu in grado di leggere.

Inoltre, proprio l’implementazione degli standard di cui parlavamo al paragrafo precedente, insieme alla disponibilità del codice sorgente, consentono di poter garantire all’utente finale che i documenti salvati in questi formati saranno sempre leggibili. Anche quando, infatti, nessuno supportasse piu quel formato, la disponibilità dello standard (formato teorico) e del codice sorgente (tecnologia implementativa) consentirebbe all’utente finale di affidare alle esperte mani di un programmatore la realizzazione di un programma che, gestendo quel formato, gli consenta di accedere ai dati contenuti nel suo documento.

Questo aspetto è particolarmente importante per la Pubblica Amministrazione. Dovendo infatti gestire dati di altissima importanza (pensiamo soltanto agli archivi dell’anagrafe) per periodi particolarmente lunghi, si devono dotare di formati documentali per i quali sia garantito l’accesso a tempo indefinito, e non vincolandosi ad una specifica azienda. Proprio in quest’ottica, negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo aumento d’interesse nei confronti dell’OpenSource da parte della Pubblica Amministrazione (Italiana e non), che ha in piu casi sfociato nella massiccia adozione di software opensource (ed in particolar modo della suite per l’ufficio OpenOffice.org).

L’aspetto dell’obsolescenza programmata, naturalmente, si applica anche all’hardware. Chi sviluppa software proprietario non ha interesse a fornire versioni “alleggerite” in grado di supportare hardware non recentissimo. E questo non solo in un’ottica di accordi con i produttori di hardware: semplicemente sviluppare una versione in grado di supportare configurazioni hardware particolarmente datate stornerebbe forze che sarebbe invece possibile dedicare allo sviluppo di nuove applicazioni, e pertanto viene fornita una compatibilità hardware “all’indietro” di pochi anni. Questo si è palesato in particolar modo con la recente uscita di Windows Vista: le “avanzate” caratteristiche di questo sistema operativo, fanno si che richieda importanti risorse hardware (non dissimili da quelle di Windows XP, sicuramente, ma non è un buon esempio di sistema operativo che giri su macchine datate), costringendo alcuni utenti a dover cambiare il proprio computer per poter utilizzare il nuovo sistema.

Anche GNU/Linux può naturalmente arrivare a necessitare di risorse hardware particolarmente importanti (a seconda di quello che l’utente deve fare con il sistema: se volete fare montaggio audio/video avrete bisogno di tanta memoria RAM e un ottimo processore, non ci sono santi che tengano), ma essendo completamente OpenSource, quindi modificabile e ridistribuibile, ne esistono una numerosa serie di versioni che sono espressamente concepite per funzionare con sistemi non particolarmente recenti. Bisognerà naturalmente rinunciare a qualcosa (grafica tridimensionale con finestre che si infiammano o cose simili), ma il sistema operativo sarà lo stesso funzionante, oggi, domani e anche piu in la, finchè non riterrete (voi!) sia passato sufficiente tempo da giustificare l’acquisto di un nuovo computer.

6. Perfomance

Su quella che è la mera comparazione sulle performance a parità di applicazione tra i diversi sistemi operativi, troviamo in rete una serie infinta di benchmark (comparazioni prestazionali delle elaborazioni), ognuno dei quali proclama la superiorità di un sistema operativo o di un altro a seconda del commitente del benchmark stesso.

Ci sono però una serie di cose che si possono comunque dire, senza il rischio di ricadere in inutili campanilismi. Linux gestisce in maniera estremamente efficiente la memoria RAM del sistema, ha una lunga lista di filesystem molto interessanti (e praticamente tutti introducono meccanismi che evitano all’origine la frammentazione che tante noie da agli utenti di Windows) e sfrutta tutte le potenzialità che i moderni processori offrono. Questo è dovuto essenzialmente al fatto che le persone che sviluppano GNU/Linux sono le stesse che alla fin fine lo usano nel quotidiano, e che, non essendoci attese di mesi o anni tra una release e l’altra, otterremo le migliorie che queste persone introducono entro brevissimo tempo (diciamo qualche settimana).

Avendo infine la possibilità di ricompilare (rigenerare a partire dal codice sorgente) interamente il sistema operativo, esiste sempre la possibilità di farlo ottimizzando al massimo il software per il proprio computer, sfruttandone tutte quelle caratteristiche non standard che potrebbero però riversi utili in un’ottica di miglioramento prestazionale. Questo è possibile installando particolari distribuzioni (come ArchLinux) che sono già compilate in oridine per processori 686 (ed eliminano quindi una serie di compatibilità con hardware ormai datato che portano ad un appesantimento del sistema), oppure altre (come Gentoo) che consentono di compilare da zero tutto il sistema operativo adattandolo al proprio computer (che potrebbe essere, perchè no, anche un sistema molto datato e quindi mal supportato dalle distribuzioni piu recenti).

Il modo migliore per verificare il livello di performance di Linux, ad ogni modo, è sicuramente quello di metterci le mani sopra e provarlo. Una volta che vi sarete procurati, contattando ad esempio il LUG (Linux User Group, di cui parleremo tra qualche paragrafo) della vostra zona, una copia di quelli che vengono chiamati “live-CD” (versioni di GNU/Linux che possono essere usate senza essere installate), sarà sufficiente provarlo per scoprire le performance che Linux mette a vostra disposizione, tenendo tra l’altro a mente che una volta installato sarà ancora piu veloce, in quanto andrete ad eliminare la latenza legata alla necessità di leggere tutto il sistema da una periferica estremamente lenta come il lettore CD/DVD.

7. Varietà di scelta

Abbiamo piu volte citato, nei paragrafi precedenti, l’esistenza di diverse distribuzioni di GNU/Linux. Proprio la possibilità di modificare e ridistribuire senza oneri il software, rende possibile la nascita di numerorissime versioni di GNU/Linux, ognuna specificamente pensata per un ambito. Esistono allora distribuzioni pensate per la scuola (eduKnoppix, edUbuntu, SodiLinux), altre per incrementare le performance (ArchLinux, Gentoo), altre per essere particolarmente semplici da usare e gestire (Fedora Core, Ubuntu, Mandriva, OpenSuse), e cosi via. Potremmo proseguire elencando una lunghissima lista di diverse distribuzioni. DistroWatch (il sito di riferimento per quel che riguarda la cernita delle distribuzioni GNU/Linux esistenti) ne censisce oltre 350 diverse.

Lo stesso discorso vale per gli applicativi software: su GNU/Linux potrete scegliere tra una quantità inimmaginabile di editor di testo (tanto che potrebbe sembrare che i programmatori di GNU/Linux non facciano altro che modificare file a suon di editor di testo), numerosissimi browser (testuali e grafici), programmi per gestire la posta elettronica, suite per l’ufficio… GNU/Linux viene abitualmente utilizzato per tutti gli aspetti della vita “informatica” da moltissimi utenti in tutto il mondo, e per ogni tipologia di applicativo che potete immaginare, ne esiste almeno un equivalente nel mondo di GNU/Linux.

8. Legalità

Non è da sottovalutare poi, l’aspetto legale legato all’uso delle licenze. Tutti noi sappiamo che copiare software, la dove non espressamente consentito dalla licenza d’uso (come invece capita per il software libero con la licenza GPL) è un reato. Negli ultimi anni abbiamo assistito (fortunatamente, lasciatemelo dire) ad una sempre maggior attenzione verso questo aspetto da parte delle autorità competenti. Molti utenti però, continuano a scaricare dal circuto peer-to-peer i programmi di cui hanno bisogno, e ad installarli, in barba a qualsiasi licenza, spesso e volentieri finendo con il cercare “crack” su siti piuttosto equivoci e sicuramente non ben intenzionati nei confronti del vostro computer (vi ricordo che i malware vengono scritti e diffusi proprio da quei pirati informatici che a volte scrivono le “crack” che vi consentono di utilizzare software proprietario in barba alla relativa licenza d’uso). I pericoli che questa pratica comporta potete tranquillamente immaginarli.

Ma perchè andare ad imbarcarsi in avventure pericolose quando esiste software di qualità che fa esattamente tutto quello di cui avete bisogno, che potete scaricare gratuitamente e liberamente dalla rete, nel pieno rispetto della legge?

La licenza GPL, che ci consente di farlo, si basa proprio sulle leggi che regolamentano il diritto d’autore, facendo si che sia il programmatore stesso che ha scritto il software a ”consegnarvi” quei diritti fondamentali che vi consentono di modificare e ridistribuire il software.

Questa è una lacuna che il software proprietario non potrà mai colmare. Potranno forse regalarvi il software, facendo in modo che la sua diffusione lo porti a diventare uno standard de facto per poi vendere altri prodotti sfruttando il monopolio cosi ottenuto, ma non potranno mai regalarvi il codice sorgente del software, perchè equivarrebbe a rinunciare ai profitti che questo può generare.

La licenza GPL tra l’altro, spaventa notevolmente alcune aziende produttrici di software proprietario. Negli ultimi anni, proprio questa paura, a portato a spingere un’azienda americana (SCO) che gestiva una distribuzione GNU/Linux (Caldera) e detiene in licenza parte dei diritti dello Unix proprietario a intentare una causa legale contro le aziende che spingono lo sviluppo di GNU/Linux (ed in particolar modo IBM) dichiarando che all’interno del sorgente di Linux vi erano spezzoni di codice su cui SCO detiene la proprietà intellettuale. La causa, intentata con l’evidente scopo di diffondere dubbi e paura sull’uso di Linux (anche perchè SCO stessa aveva fino ad allora distribuito la propria distribuzione GNU/Linux sotto licenza GPL, rinunciando quindi, di fatto, a qualsiasi diritto non previsto da questa licenza su quel software), ha recentemente vissuto una svolta definitiva: il codice su cui SCO può effettivamente detenere un qualche tipo di “proprietà intellettuale” ammonta alla bellezza di meno di 400 righe (tra l’altro piuttosto insignificanti, essendo costituite essenzialmente da commenti e cose simili), mentre la stessa SCO viola la “proprietà intellettuale” di IBM sul codice di Unix per un ammontare di 70.000 righe di codice. La causa è comunque servita a portare in un’aula giudiziaria la licenza GPL, mettendone alla prova la validità giuridica e rafforzandola.

9. Supporto condiviso e diffuso

Uno dei pregi sicuramente piu importanti di GNU/Linux, non si trova nella sua implementazione informatica, ma nei meccanismi socio-culturali che questa libertà di collaborazione innesca. Proprio quei meccanismi di gestione dello sviluppo del software che ne consentono la condivisione su larga scala geografica (i programmatori che lavorano sul kernel Linux non si trovano nella stessa stanza in un singolo edificio, ma sparsi per tutto il mondo e, anche con fusi orari diversi, collaborano avvalendosi di strumenti quali le mailing-lists, i software di bug-tracking o di sincronizzazione concorrente del codice) fanno si che l’interazione tra gli utenti e gli stessi sviluppatori sia molto piu informale e diretto.

Tramite questo meccanismo di condivisione, è l’utente stesso ad attivarsi in prima persona al fine di ottenere la risoluzione di un bug. Anche se non ha le competenze per ritoccare il codice sorgente in prima persona, potrà però raccogliere, sotto la guida degli sviluppatori stessi del codice, tutte quelle informazioni che consentono allo sviluppatori di isolare e correggere piu rapidamente il problema segnalato.

Tramite poi la vastissima community in rete (costituita da migliaia di forum, mailing-lists tematiche e gruppi di discussione), l’utente ha la possibilità di cercare (e spesso e volentieri trovare molto rapidamente) informazioni riguardo alle problematiche che riscontra, magari soluzioni trovate da persone che hanno riscontrato in precedenza gli stessi problemi e che hanno poi condiviso la propria esperienza e la soluzione trovata.

A tutte quelle risorse che abbiamo visto essere disponibili “in rete”, si affica poi il quotidiano lavoro dei LUG sul territorio. I LUG (Linux user Group) sono gruppi di appassionati di Linux, con competenze molto variabili (si va dall’utente che si è appena avvicinato al mondo di Linux ed è a caccia di informazioni alla persona professionalmente preparata), si incontrano sistematicamente per discutere delle problematiche legate all’uso GNU/Linux, organizzare corsi di formazione o eventi di scala nazionale quale il “Linux Day” che viene organizzato ogni anno in autunno da tutti i LUG Italiani. La diffusione dei LUG sul territorio è capillare: tramite il sito web http://www.linux.it/LUG/ è possibile cercare il LUG piu vicino a voi.

10. Portabilità del software

Ultima, per ordine ma non per importanza, tra le peculiarità di GNU/Linux che affrontiamo, è la sua portabilità. GNU/Linux supporta infatti una quantità davvero notevole di piattaforme: può essere lanciato ed installato su sistemi equipaggiati da processori Intel, sia 32 che 64 bit (quindi sui pc che trovate al supermercato come sui nuovi portatili Apple), PPC (quindi sui computer Apple precedenti al passaggio all’architettura Intel), Sparc, ARM (ci sono una lunga serie di cellulari e palmari che vengono forniti con versioni di GNU/Linux) e via dicendo, con una lunga lista di piattaforme differenti. Le varie distribuzioni poi, selezionano alcune piattaforme particolari (solitamente Intel e PPC) sulle quali dedicare il loro lavoro, fornendo il sistema già precompilato per quell’architettura.

Lo stesso discorso, vale anche per le applicazioni OpenSource che scritte per GNU/Linux. Ancora una volta la disponibilità del codice sorgente fa si che ogni applicativo possa essere modificato in modo da poter funzionare su sistemi operativi differenti, e poi liberamente distribuito. Ecco allora che possiamo trovare Mozilla Firefox per Microsoft Windows e per MacOSX, cosi come OpenOffice.org, il client di posta Thunderbird, o ancora la suite di sviluppo software gcc e l’IDE Eclipse rilasciata da IBM con licenza libera alcuni anni fa.

Che aspettate a provarlo?

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19 pensieri su “10 motivi per scegliere GNU/Linux

  1. Giorgio Bergamotti

    egregio Signor eh?vedo l'informatica come un pranzo,c'è chi si acccontenta di piatti precotti (mac o window)e chi va al mercato(linux in tutte le salse) e si cucuna da solo se è capace o in compagnia(forum ot similia) quello che gli piace, come + gli piace tutto qui

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  2. Giorgio Bergamotti

    egregio Signor eh?vedo l'informatica come un pranzo,c'è chi si acccontenta di piatti precotti (mac o window)e chi va al mercato(linux in tutte le salse) e si cucuna da solo se è capace o in compagnia(forum ot similia) quello che gli piace, come + gli piace tutto qui

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