Ou và l’Europe?

Europe TowerOn refait le monde” si sta rivelando una fonte davvero interessante di spunti per scrivere su queste pagine. L’altro ieri sera, la trasmissione radiofonica condotta, su RTL France, da Nicolas Poincaré vedeva ospiti (in una puntata speciale pensata per “festeggiare” degnamente l’inizio del semestre francese di presidenza dell’Unione) niente meno che Jean-Claude Juncker, primo ministro lussemburghese e già presidente della Commissione Europea, Laurent Fabius (ex primo ministro francese, paladino del “fronte del no” al referendum di ratifica della Costituzione Europea del 2005, nonché avversario di Ségolène Royal alle primarie per la presidenza della Repubblica del 2007) e Michel Barnier, già commissario europeo ed attuale importante consigliere del presidente Sarkozy, del cui governo riveste anche la carica di Ministro dell’Agricoltura.
Come spesso accade durante l’interessante trasmissione francese, i “toni dello scontro” si sono rivelati piuttosto accesi (soprattutto tra i due politici francesi, come prevedibile), rendendo il dibattito particolarmente vivace e costruttivo, sotto un certo profilo.

La domanda di fondo, alla luce di tutta una serie di eventi recenti, primo tra tutti il “no” irlandese alla ratifica del trattato di Lisbona, non riguarda solo i francesi, ma gli europei tutti: quale futuro per un’Europa sempre più immobile e divisa? Il dibattito in Italia è ovviamente (e fortunatamente per certi versi) concentrato su altre tematiche, ma non si deve assolutamente perdere di vista il fondamentale ruolo che l’Unione Europea riveste nella nostra vita, anche quella quotidiana.
Ecco che in quest’ottica, il “no” irlandese assume, almeno ai miei occhi, un significato che va ben al di là del mero problema “tecnico – politico” legato all’adozione del trattato, rimettendo invece in discussione il concetto e le modalità stesse che oggi costituiscono ciò che chiamiamo Unione Europea.

Se i nostri concittadini italiani fossero oggi chiamati alle urne per pronunciarsi sulla ratifica del trattato di Lisbona da parte del nostro governo, quale sarebbe il risultato? Quali paesi godono ad oggi di un tale sentimento europeista da poter essere ragionevolmente certi di un’approvazione popolare a simili provvedimenti (spesso complessi come quello in questione)? Naturalmente c’è poi da considerare il problema delle modalità referendarie: in Irlanda è stato accorpata l’approvazione dell’intero trattato di Lisbona (che presenta al suo interno oltre 40 diversi argomenti), subordinandolo ad un singolo voto binario, “si” o “no”, il che ha (a mio avviso) ridotto ulteriormente le già flebili probabilità che un simile referendum potesse giungere a felice conclusione, tenendo a mente anche i numerosi affondi dati dai referendum popolari alla Costituzione Europea (su tutti il “no” francese).

Ecco allora che diviene giustificata e comprensibile la proposta francese (ed in parte inclusa proprio nel trattato di Lisbona attualmente in fase di ratifica dai vari stati) di concepire un’Europa a “più velocità”, in cui sia cioè possibile che ogni stato decida a quali trattati aderire (Schengen ad esempio non è stato ratificato da alcuni paesi europei, tra cui l’Inghilterra, che non ha aderito finora neppure all’Euro), eventualmente restando “un passo indietro”, ma consentendo allo stesso tempo agli altri paesi di “procedere più velocemente” sulla strada scelta.
I problemi legati ad una simile soluzione sono essenzialmente di ordine pratico, con trattati che possono andare in conflitto tra di loro o dipendenze tra trattati differenti. I vantaggi invece, sarebbero decisamente importanti: immaginate cosa vorrebbe dire sbloccare finalmente la collaborazione a livello europeo (simile a quella già felicemente adottata per libera circolazione di cittadini e merci, l’Euro e via dicendo) su aspetti chiave quali ricerca ed innovazione, energia, ambiente, difesa, politica estera, persino sugli aspetti sociali e di politiche del lavoro. Tutto questo senza cancellare le identità nazionali (non è nelle intenzioni di nessuno quella di creare gli Stati Uniti d’Europa), senza rinunciare alle diversità, ma uniformando una piattaforma comune su questi aspetti, consentendo così la nascita di effetti “traino” e di scala.

Con l’inaugurazione (piuttosto colorita per altro) del semestre di presidenza francese alla guida dell’Unione Europea, si apre una fase cruciale: la presidenza infatti di un paese grande e importante come la Francia (così come vale per la Germania, ad esempio) consente un’azione decisamente più incisiva sul piano politico rispetto ad altri momenti della vita comunitaria. Sarkozy sembra lanciato nel tentativo di dare una “scossa” all’Unione, a poche settimane dalla “crisi” legata al “no” irlandese, una scossa che potrebbe non fare così male all’Unione.

Naturalmente nel frattempo noi italiani siamo troppo intenti a discutere sul come cancellare la magistratura…

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