Giovani e barricate

Mano Sasso SabbiaQualche giorno fa (abbiate pazienza, la mia “posting queue” si è drammaticamente allungata durante questi ultimi giorni), Flavia Marzano ha postato un interessante atto d’accusa verso “i giovani”. Il motivo che spinge Flavia a scrivere è il solito giovanotto “con il mondo ai piedi”, abituato alla pappa pronta appena strilla abbastanza da farsi udire.

Comprendo perfettamente, ed in larga parte approvo quello che Flavia dice: non sarebbe certo la prima volta che attacco una certa schiera di miei coetanei. Questo non è naturalmente un attacco nei suoi confronti, ci mancherebbe altro, ma una riflessione che mi era venuta spontanea leggendo il suo post.

Di giovani con la testa sulle spalle, di quelli che stanno sulle barricate e combattono per i propri valori, ne conosco diversi, ed è fondamentale evitare accuratamente di fare di tutt’erba un fascio.
Non ho ovviamente termini di paragone con quello che accadeva negli anni ’70, ma ho difficoltà a credere che tutti i giovani fossero (volontariamente) coinvolti nelle manifestazioni e penso che parte di quelli che sulle barricate ci sono saliti, l’abbia fatto anche perché era ” la moda”…

Purtroppo il mondo và cosi: un 10% della popolazione si fa carico di urlare anche per il restante 90% che preferisce invece starsene in poltrona, davanti alla televisione con una birra da discount, a lamentarsi che il mondo va a rotoli…

Il problema dei giovani nel nostro mondo, purtroppo, è lungo e complesso da affrontare, soprattutto a causa di perverse logiche di mercato (e sociali) che ci vorrebbero tutti inutilmente laureati, colmi di esperienza e possibilmente a paga zero (e in nero)…

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2 pensieri su “Giovani e barricate

  1. Flavia

    Carissimo,
    Grazie della chiarezza e dell’opportunità che mi dai di chiarire a me stessa e a chi volesse leggere il mio post.
    Non è davvero un atto di accusa, non mi permetterei (caso mai, forse lo è ma solo nei confronti della persona oggetto del mio post e NON nei confronti della “categoria” dei giovani, sarebbe scorretto e ottuso… “ai miei tempi”, “i giovani di una volta”, “ah i giovani d’oggi”… no, no davvero!).

    Condivido completamente la tua analisi “Di giovani con la testa sulle spalle, di quelli che stanno sulle barricate e combattono per i propri valori, ne conosco diversi, ed è fondamentale evitare accuratamente di fare di tutt’erba un fascio.”
    Per fortuna ne conosco tanti anche io altrimenti a QuiFree (www.quifree..it) non sarei mai riuscita a fare quella meravigliosa sessione di under 25 “e se una volta tanto imparassimo dai giovani” di cui potete guardare la registrazione qui (da NON PERDERE).

    E condivido anche che negli anni 70 “non tutti i giovani fossero (volontariamente) coinvolti nelle manifestazioni e penso che parte di quelli che sulle barricate ci sono saliti, l’abbia fatto anche perché era ” la moda”…”

    Registro la tua amarezza:
    “Il problema dei giovani nel nostro mondo, purtroppo, è lungo e complesso da affrontare, soprattutto a causa di perverse logiche di mercato (e sociali) che ci vorrebbero tutti inutilmente laureati, colmi di esperienza e possibilmente a paga zero (e in nero)…”

    …e ti confesso di sentirmi colpevole, profondamente colpevole… anche se non riesco a capire dove ho (abbiamo, quelli della mia generazione) sbagliato così tanto!
    Abbiamo sbagliato, questo è sicuro, altrimenti il mondo vi offrirebbe delle opportunità migliori.
    Abbiamo sbagliato, profondamente!
    Ma davvero non so dove e quello che è peggio è che non so come (e se è possibile) rimediare!
    Buon anno di cuore a tutti i giovani!
    F.

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  2. alt-os Autore articolo

    Grazie Flavia per il commento 🙂
    Non credo che la situazione dei giovani italiani (e non) oggi sia da imputare necessariamente alla vostra generazione. In parte il problema riguarda i giovani stessi, che non hanno mai saputo trovare la forza di reagire ad una situazione che negli anni precipita drammaticamente. In parte probabilmente l’errore è da imputare ad una prassi che negli anni è andata sviluppandosi al fianco del modello capitalistico (ma anche dove non c’è le cose non vanno molto meglio) e che in qualche modo non si discosta dalla regola del “dio denaro”: la formazione è un costo, non produce; la cultura non arricchisce le persone direttamente, quindi meglio arraffare qua e la, al resto ci si penserà più avanti.

    Cosi abbiamo una generazione di individui che in larga parte ritengono di dover necessariamente ricevere sussidio ed aiuto, e non pensano a rimboccarsi le maniche (che magari, dopo, l’aiuto arriverà anche), ed i pochi che lo fanno riescono a mala pena a cavare d’impiccio se stessi…

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