Antidoping sottopelle

Orlando Corrado, questo pomeriggio, mi chiedeva un commento su questa notizia: dice che la mia opinione è interessante, in questo caso, perché il mio spirito lotta tra la voglia di uno sport pulito (in particolare il ciclismo) e la necessità del rispetto della privacy. Ci ha preso in pieno naturalmente. Ho dovuto pensarci un po’ su, ma alla fine quello che ho da dire sull’argomento si riassume abbastanza semplicemente in due aspetti principali:

1. L’importanza della proposta

Al di la delle valutazioni tecniche sulla proposta in sé, uno dei punti chiave della notizia è che la proposta viene da una sportiva, ed è caldeggiata da altri sportivi. Non è un fatto nuovo, in sé, ma indica (o conferma) una tendenza molto positiva: sono gli atleti stessi a voler prendere in mano la situazione, farsi carico del problema, cercare di trovargli una soluzione.

Mi auguro che un atteggiamento simile possa essere ben presto presente in tutti gli sport (ciclismo compreso, anche se finora gli atleti non sono neppure riusciti ad esprimere unitariamente la propria posizione), perché sono gli sportivi a fare lo sport, e solo loro possono incidere realmente sulla sua natura.

2. L’efficacia della proposta

Le cose che mi convincono poco, nella proposta di Carolina Kluft, sono due: non ho capito che genere di chip vorrebbe impiantare sottopelle agli atleti (suppongo un gps, ma forse non ha idea del funzionamento e delle dimensioni di un ricevitore gps), e non ho capito, nel caso del ricevitore gps da portare “sempre con se”, come interenderebbe convincere gli atleti intenzionati a doparsi a portarsi dietro il ricevitore in quelle occasioni…

Inoltre c’è la (ovvia) questione della privacy. Gli atleti non sono delle cavie, e non vivono per essere controllati. Come in tutte le cose, è giusto trovare il miglior compromesso: niente test del DNA, ma disponibilità (prevista per legge) a sottoporsi ad adeguati esami in caso di dubbi, segnalazione dei propri spostamenti alle autorità antidoping (cosi come avviene ora) ma niente sonda gps su per il c…

Il problema di base, qui, non è la tecnologia, ma l’etica: come in tutti gli altri campi, al malintenzionato è sufficiente trovare un punto debole per vincere il sistema, mentre al sistema è necessario tenere sotto controllo ogni dettaglio.

Per vincere il doping è necessario intervenire con l’etica sportiva sin dalle categorie giovanili (magari anche a livello sociale): le misure tecnologiche, anche molto efficaci, saranno sempre aggirate (fatta la legge…).

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