Lo strappo di Dini

Lettera 32 #4 Che il centro-sinistra sia spaccato in una miriadi di pezzettini con opinioni differenti, lo si sapeva da buon principio. Da un certo punto di vista va rerso merito al presidente del consiglio Romano Prodi per la capacità di saper ricucire strappi e chiudere conflitti con una pratica da sartoria.
D’altra parte, se il primo “inciampamento” di questo governo era in qualche modo imputabile alla sinistra radicale (anche se ci sarebbe da discutere), da quel momento in poi tutti i partiti di centro sono a turno emersi come “dissidenti”, avanzando pretese di vario genere: da Di Pietro a Mastella, passando per Dini nei tempi più recenti, una porzione della coalizione che anche messa insieme non arriva al 5% (maledetto sbarramento) condiziona pesantemente l’azione di governo, minacciandone la caduta (sempre al Senato, guarda un po’) ogni due per tre.

Oggi Lamberto Dini, ex presidente della Banca d’Italia ed ex presidente del consiglio in un governo tecnico di alcuni anni fa, scrive al direttore del Corriere della Sera, a proposito dell’accordo sul Welfare.
Interessante notare come la sua sia essenzialmente una lettera di denuncia di quel “partito del tassa e spendi” che secondo lui trova origine nella sinistra estrema (comunisti!) e contro il quale “i suoi amici liberaldemocratici” si stanno da mesi ormai strenuamente opponendo. Dalla lettera di Dini non emerge una (che sia una) proposta: puramente e semplicemente “contro”.

Ora, sulla necessità di ridurre la spesa pubblica Dini potrebbe anche avere ragione (nel senso che condivido la posizione), ma se per ridurla bisogna eliminare le misure previste per aiutare i lavoratori impegnati nei cosi detti “lavori usuranti” previsti dall’accordo sul Welfare, tagliare ulteriormente gli aiuti alla popolazione meno abbiente (tanto non sono suoi elettori, vero Dini?), beh allora penso che si debba trovare una strada diversa.
Gli interventi sui tagli della spesa pubblica devono essere ragionati e mirati, garantire la qualità dei servizi ai cittadini, gli aiuti la dove sono meritati e necessari, l’eliminazione di sperperi inutili e la riduzione della burocrazia (nessuno pensa mai a quanti miliardi di euro l’anno perdiamo perché per rifare un documento si deve passare da cinque o sei sportelli diversi, apporre marche da bollo e timbri assortiti, e coinvolgere il lavoro di almeno 8 dipendenti pubblici).

Quello che davvero mi sfugge e che invece pare emergere dalla lettera di Dini (magari ho capito male, capita spesso) è la correlazione tra il “partito unitario della spesa” e la sinistra (specie nelle sue frange estreme). O forse non voglio capire, che è meglio…

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