Correva, è partito un colpo

scontri_bergamo.jpgNon ho fatto il servizio militare, non ho mai avuto una pistola in mano (mi fanno abbastanza paura, per la verità), e men che meno ho mai provato a sparare altro che gommini di plastica con un fucile ad aria compressa, tanti anni fa; figuriamoci se ho mai provato a correre, in preda all’adrenalina, lungo un’autostrada con una pistola in pugno, come è successo ieri mattina a Luigi S. 31 anni, agente della Polizia Stradale di stanza ad Arezzo, l’uomo che sembrerebbe essere il responsabile della morte di Gabriele Sandri.

I giornali lo descriverebbero come un padre di famiglia, con due figli una moglie infermiera, 1300 euro al mese, gli straordinari arretrati, i turni massacranti. Una vita fatta di inseguimenti, di latitanti, rapinatori, trafficanti di droga da inseguire per campi e strade di campagna (che d Arezzo, di campagna, ce n’è, è mica Milano) e perché no, di tifosi violenti, con cui ogni domenica è una guerra.

Tutto vero, ma marginale. Luigi S. è prima di tutto un uomo; un uomo che da oggi in poi porterà sulla sua coscienza il peso non di una ma di due famiglie distrutte: la sua e quella di Gabriele. Tutto per non aver rimesso la pistola nella fondina, dopo aver sparato quel colpo in aria, come avvertimento, per sedare la rissa che si svolgeva dall’altra parte della carreggiata, a 50 metri abbondanti da lui, mentre cominciava a correre, cercando di riconoscere almeno il modello delle autovetture in fuga dall’area di servizio, per consentire il loro intercettamento più avanti, ai suoi colleghi.

Invece da quella pistola, che reggeva in pugno, è partito un colpo. Il proiettile ha attraversato due carreggiate dell’autostrada, ad altezza d’uomo , schivato non si sa bene come due guard-rail di quelli ondulati, la siepe centrale, la rete al centro della carreggiata, finendo con il mandare in frantumi, magari dopo qualche deviazione, il vetro posteriore della Mégane Scenic su cui viaggiava Gabriele e posto fine alla sua vita, in un tragico incidente che si, si sarebbe potuto evitare.

Un incidente, un “tragico errore” (come lo ha definito ieri Amato), tenuto (colpevolmente) “nascosto” alla stampa per tutta la giornata di ieri, con una dinamica che è andata chiarendosi solamente in serata. Una tragedia sulla quale la magistratura farà certamente luce, definendo responsabilità e colpe, e che è stata usata come innesco per una vera e propria guerriglia urbana da parte delle frange più violente del tifo italico, incredibilmente coordinate e coalizzate nella caccia al poliziotto, durate fino alla tarda serata di ieri.

Il bilancio della guerriglia, oltre ad ingenti danni materiali a caserme, edifici istituzionali e non, automobili e moto parcheggiate sulle strare, segnaletica stradale e via dicendo, parla di 40 contusi e 3 arresti. Dati che fanno rabbrividire e certo non rendono più facile da accettare la morte di Sandri.

cartello_padre_sabri.jpgOggi il dibattito si sposta sulla necessità o meno (a posteriori naturalmente) di sospendere le partite di ieri pomeriggio, dopo i fatti della mattinata. Proprio ieri, appena appresa la notizia, avevo scritto della necessità di fermare il campionato a tempo indeterminato.
Personalmente sarei stato propenso alla sospensione già delle partite di ieri, che andava però fatta tempestivamente, ed avrebbe richiesto una mobilitazione di forze dell’ordine decisamente superiore a quelle che poi abbiamo visto in servizio ieri pomeriggio e ieri sera. Se, come successo a Milano e Bergamo, la sospensione della partite ormai in procinto di cominciare, con gli assembramenti di tifosi già in atto, porta a devastare stadi e spazi antistanti (paradossalmente chiedendo proprio la sospensione delle partite), a cortei violenti che oltre a devastare la città mettendo in pericolo la sicurezza dei cittadini (saranno tutti “romeni“), se la prendono anche con i giornalisti li presenti, allora forse era meglio non sospenderle, quelle partite.

Ora però bisogna fermarsi (e non per una domenica), analizzare a mente fredda la situazione, cercare una reale soluzione avendo in mente, per una volta, l’incolumità delle persone e non gli interessi economici che attorno al calcio ruotano. L’idea di vietare le trasferte mi sembra un fatto possibile e desiderabile, che potrebbe persino portare alla soluzione del problema o quantomeno ad un suo drastico ridimensionamento, a patto che l’odio cieco verso la Polizia visto in piazza ieri, non sia fonte di ulteriori guai. Nel qual caso, niente più accessi agli stadi, oppure, fine del campionato di calcio.

Certo quello che si vede questa mattina affisso fuori dal negozio del padre di Sandri, che pur comprendo nel dolore che deve sconvolgere in queste ore la famiglia (alla quale vanno naturalmente le mie condoglianze), non aiuta a calmare le acque ed evitare che tragedie simili succedano nuovamente già da domenica prossima…

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