Myanmar: è il turno dei reporter

La protesta contro il regime birmano che sta avendo luogo da ormai parecchi giorni a Myanmar, è ormai sulle prime pagine dei giornali da alcuni giorni. Nelle ultime ore però, nonostante le minacce di sanzioni arrivate congiuntamente sia dall’Unione Europea sia dagli Stati Uniti anche di fronte alle Nazioni Unite che invitava ieri sera alla “moderazione”, la repressione ha fatto un salto di qualità.

Sono cominciati gli arresti, i pestaggi, le retate. Si è cominciato a sparare, ad uccidere (si parla di 5 morti ieri, monaci, di un giornalista giapponese stanotte). Soprattutto, è iniziata una caccia all’uomo (il Traders Hotel di Yangon è stato perquisito stanza per stanza) nei confronti dei reporter, dei giornalisti, che stanno sventolando l’orrore della repressione sui media di tutto il mondo (perfino su quelli italiani!).

Gli arresti tra gli esponenti della Lega nazionale per la democrazia, che alcuni anni fa aveva vinto le elezioni presidenziali con Aung San Suu Kyi, leader del partito e da alcuni anni agli arresti domiciliari, dopo che la giunta militare aveva annullato il risultato delle elezioni, non si contano: questa notte è stato il turno del portavoce della leader ed un ex parlamentare.

Sono sempre stato favorevole all’auto-determinazione dei paesi, contrario all’interventismo che ha caratterizzato gli attacchi ad Afghanistan ed Iraq, contrario all’intervento militare con l’Iran. Ma quando viene negata dall’interno del paese stesso, con il sangue, la possibilità di auto-determinarsi, cosa si deve fare?

Le sanzioni internazionali possono portare a qualche tipo di giovamento in breve termine? Sono una pressione sufficiente? Una forza di mera interposizione, che protegga i manifestanti, quanto ci vorrebbe a paracadutarla a Yangon? Troppo, anche perchè è notizia degli ultimi minuti che l’intervento di Russia e Cina ha bloccato le sanzioni internazionali nei confronti dello stato asiatico. Spero che ora russi e cinesi dovranno rispondere di quanto accadrà in Myanmar davanti ai mass media internazionali… e che la blogsfera, da questo punto di vista, sia pesantemente presente, sia nel condannare quanto accade a Yangon, sia il comportamento di Russia e Cina, che per ragioni prettamente politico-strategiche mettono a repentaglio la vita di migliaia di persone in Myanmar…

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3 pensieri su “Myanmar: è il turno dei reporter

  1. ramsesoriginal

    Non conosco esattamente il background politico delal storia, ma secondo me se qualcuno si rivolge in richiesta d’aiuto alle nazioni unite queste possono anche arrivare ad usare piú di qualceh sanzione o embargo. Naturalmente dopo avere controlalto la cosa con decisione. La situazione attuale, p.es., secondo me, richiederebbe delle trattative piú severe da parte dell’uno, e magari persino qualche atto concreto. Peró niente embargo: la popolazione che giá soffre ora, coem soffrirá dopo un embargo? Perché le probabilitá che se i beni diminuiscono la popolazione riceve ancora qualcosa é assai bassa..

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  2. alt-os Autore articolo

    Solitamente trovo piuttosto inutile l’appendere bandiere sui balconi, o mettere (appunto) magliette rosse. Forse una manifestazione, di milioni di persone, potrebbe fare un po’ di rumore: ma di fronte ad un regime che se ne frega delle sanzioni internazionali, che si vuol fare?

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