Non la vogliono capire…

L’azienda che sta dietro al formato di cifratura AACS, la AACS LA (che fantasia di nomi -.-) ha oggi minimizzato il lavoro svolto da muslix64, l’hacker che per primo ha trovato il modo (e l’ha implementato tecnicamente, cosa piu interessante) di estrarre la chiave di decifratura dei dischi protetti da AACS sfruttando il fatto che alcuni player che supportano questo formato ne la salvano in RAM senza prima cifrarla. La notizia, riportata da Punto Informatico, è una di quelle che fanno sorridere, ma allo stesso tempo, portano ad una riflessione più profonda che non è nemmeno la prima volta che espongo sul blog, anche se in maniera frammentata.

Fa sorridere perchè sembra il volersi nascondere dietro un dito. La AACS LA infatti ricorda che muslix64 non ha ideato un attacco contro il proprio formato di cifratura, ma contro le debolezze di alcuni player che lo implementano. Verissimo. Peccato che se l’utente vuole vedere il film sulla propria device, e questo film è cifrato, sulla device dovrà esserci la chiave per decifrarlo. E allora, in un modo o nell’altro, sarà sempre possibile ricavarla, ed utilizzarla per estrarre il contenuto cifrato. Si tratta di una tecnologia perdente in partenza.
Si ritorna sempre all’esempio dell’orecchio analogico/digitale. Se voglio usare gli occhi per vedere un film, o un orecchio per ascoltare della musica, questi non possono essere che analogici. Quindi, alla fine, il contenuto del film deve essere convertito in questo formato, indipendentemente da tutte le cifrature che ci possono mettere in mezzo. E se posso vederlo, possono vederlo altre persone con me, possono sentirlo altre persone con me, posso registrarlo (questo può essere reso più difficile, ma una soluzione la si troverà sempre) e diffonderlo.
Certo, si può argomentare che si perde in qualità. Grazie. Ma avete provato a dare un’occhiata alla qualità media dei film che girano sul P2P?? Gli utenti che utilizzano il P2P non puntano alla qualità. Puntano a vedere il film. In un formato almeno accettabile, dal quale di capisca il contenuto del film. Basta. Il resto non conta. Altrimenti, spenderebbero 7 euro (e-dico-sette!!) per andarselo a vedere in una sala cinematografica.
Anche in questo caso, si tratta di una scelta perdente in partenza, che oltretutto porterà a bruciare letteralmente la possibilità di accedere a materiale di qualità superiore, un’evoluzione tecnologica che avrebbe potuto essere davvero interessante anche per chi, come me, non ha ne occhio ne orecchio fini a sufficienza da rifiutarsi di ascoltare un file mp3 o vedere un video di qualità infima.

Invece hanno deciso di perseverare su questa strada masochista, perchè nella loro (distorta) visione del mondo il profitto a breve termine ha la priorità su qualsiasi cosa.
Il DRM è sotto attacco su tutti i fronti. Gli “utenti” valutano i costi di Vista, gli stati lo dichiarano illegale (anche se non l’Italia, ovviamente), le aziende si battono tra di loro perchè il DRM diventa una restrizione anticompetitiva (sempre e solo per soldi, eh, sia ben chiaro), addirittura i membri stessi del board (vedere il caso EMI), un po alla volta, stanno abbandonando la nave che affonda.

Qualcuno infatti se ne rende conto, e magari ne parla, altri invece, sono decisi a perseverare per questa strada, procedendo ad occhi chiusi verso un muro di cemento, incuranti delle urla che di avvertimento che si levano tutt’intorno.

Il modello economico di riferimento, che ha consentito alle grandi Major discografiche e ad Hollywood di fare quelle barcate di miliardi che si trovano oggi a sperperare in questa tecnologia perdente, è cambiato. Questo può essere un bene o un male, dipende dai punti di vista, ma porterà (ed ha già portato) evidenti cambiamenti nel modo di fare e proporre musica e contenuti multimediali.

Chi non si adeguerà, andrà perduto. Chi non avrà la mente sufficientemente aperta ed elastica da saper cogliere le possibilità e le potenzialità dei nuovi media che stanno nascendo, non potrà che vedersi definitivamente sfuggire poco alla volta, tutta l’acqua che cerca disperatamente di trattenere tra le mani, una volta rotto il bicchiere, trascinando con se anche quel poco di buono (no, non gliel’ho mai realmente perdonata, non ne sono capace, mi dispiace) che forse in giro c’era.

Il mio augurio a tutti loro è quello di non soffrire troppo.

PS: Il mondo dei brevetti e della proprietà intellettuale sono solo sfiorati, in questo momento, dal problema, ma l’odore di bruciato comincia già a sentirsi…

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Un pensiero su “Non la vogliono capire…

  1. angelo

    a mio avviso il problema delle majors è tosto:
    sono riuscite ad imporre un passaggio dal vinile al cd in nome della hi-fi e della praticità di uso.
    Proprio ieri però ho ascoltato un vinile di qualità (le incisioni Savoy di Charlie Parker) e non ha nulla da invidiare a tanti cd che si trovano sugli stand dei negozi (e non parlo di cd piratati nelle stazioni del metro)
    L’industria vorrebbe andare su un media “indecifrabile” (o solo difficile da decifrare) ma a mio avviso il pubblico nel passaggio vinile -> cd era più facile a convincere innanzitutto perchè il parco vinili medio era numericamente inferiore, chi aveva due dozzine di LP era un collezionista. Inoltre la comodità del cd, esente da graffi, ha fatto quello che avevano fatto le musicassette alle vecchie bobine.
    L’utente invece vuole tutto gratis, e ai miei tempi lo aveva registrando alla radio, da amici che avevano accesso a LP (già perchè i primi LP di jazz prima e rock poi erano addirittura difficili da trovare, c’era chi li importava da Londra o da NY): è così diverso dal P2P ?
    Inoltre un MP3 campionato a 320kbs è di qualità più che accettabile anche per un orecchio analogico ad alta fedeltà.
    Personalmente sono contrario al copyright, alla SIAE e quantaltro impedisca la copia: gli artisti facciano concerti, possibilmente a prezzi popolari, invece di ingrassare le majors che non ne hanno bisogno

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