“Siamo tutti mafiosi”

Durante un’intervista rilasciata venerdi alla televisione danese, il presidente della Unione Ciclistica Internazionale (UCI), ha usato parole alquanto discutibili per definire la diversa posizione del suo organismo rispetto alle federazioni nazionali, in materia di Doping:

“E’ in corso uno scontro tra due culture, quella anglosassone e quella che potrei chiamare la cultura mafiosa dell’europa dell’ovest, la quale non dico che condoni il doping, ma per via della loro cultura nella vita, per via di tutto quello con cui si devono confrontare nella vita di tutti i giorni, accetta certe pratiche.”

Non trovo nemmeno le parole per commentare queste affermazioni.
Una volta cercavo di non schierarmi, nella querelle tra Grandi Giri e UCI. Ora l’UCI sta facendo un harakiri di quelli spaventosi, e mi sento personalmente offeso, in quanto italiano, dalle parole di McQuaid, parole che ancora meno mi sarei aspettato da una persona che riveste una simile carica.

La cultura mafiosa, che il povero Pat conosce cosi male, è proprio quella che lui sta mettendo in pratica. Una situazione di potere dominante, senza possibilità di appello, e il tentativo di eliminare tutti i nemici che gli si parano davanti (rappresentanti fatti “sparire” e sostituiti con altri piu accondiscendenti, dice nulla?).

Oltretutto nell’articolo linkato, McQuaid appare come “il paladino della lotta al doping” in Europa, che deve lottare contro le federazioni nazionali che (citando in particolare quella italiana relativamente al caso Ivan Basso) rimettono in circolazione ciclisti accusati di pratiche dopanti.
Peccato che le accuse si sono rivelate infondante, ed a deciderlo non è stata ne l’UCI (sia mai!) ne la federazione italiana, ma la procura antidoping del CONI, Comitato Olimpico.
L’UCI si era limitata a far sospendere i corridori dai relativi team (eh no, non li ha sospesi l’UCI…), e poi a chiedere alle federazioni nazionali di condurre le indagini. Quando però il CONI ha archiviato il caso di Basso in quanto “non sussiste”, ecco che l’UCI ha chiesto alla FCI di non riammettere il corridore, in quanto si trovava in disaccordo con la decisione del CONI.
La FCI, anche in relazione alle leggi vigenti in Italia, ha invece provveduto a restituire ad Ivan il diritto di correre ed allenarsi, scatenando, a quanto pare, l’ira della federazione internazionale che per bocca del proprio presidente ha cosi replicato.

Non da meno, va detto che nello scandalo dell’Operation Puerto non ci sono finti solo ciclisti, ma anche rappresentanti di altri sport: tanto per citare qualcuno, sono circolate voci di un coinvolgimento di calciatori di Real Madrid, Barcellona e Valencia.

Mentre i mass media si sono potuti buttare a capofitto contro la carcassa putrida del ciclismo, in cui i team altro non hanno fatto che prendere le distanze e sospendere i propri corridori che parevano coinvolti nello scandalo (salvo poi rivelarsi innocenti, come nel caso di Ivan Basso), da parte delle squadre calcistiche nominate è venuta una corale alzata di scudi, con minacce di querele a chiunque avesse portato accuse non suffragate da adeguate prove.

Cosi si fa, cosi si agisce. Il regolamento antidoping nel ciclismo è probabilmente quello piu avanzato di tutti gli sport, proprio per via della grande diffusione delle pratiche dopanti di qualche anno fa: addirittura si è arrivati, questo inverno, a chiedere per contratto ai corridori la possibilità di effettuare controlli del DNA su di loro (cosa che non mi trova in alcun modo d’accordo). Nonostante questo, il ciclismo continua ad agire con estremo masochismo ogni qual volta si affronti questo argomento, come quanto successo alla vigilia del Tour de France 2006 dimostra ampiamente.
La piaga del doping non riguarda solo il ciclismo, ma tutto lo sport in generale. Peccato che negli altri sport le regole siano un po meno chiare, e lascino quindi maggiori margini di manovra.

“L’approccio anglosassone invece, che dovrebbe esserci qui in Olanda, è quello della Germania, del Regno Unito, della Danimarca, che è diametralmente opposto.
Questi paesi hanno anche un approccio completamente differente alla lotta al doping, e questo viene reso evidente l’approccio che i team (in particolare quelli tedeschi) hanno avuto ai fatti di Luglio, da come si sono mossi, guardando il futuro, da come si sono mossi in avanti nel futuro”

Qui vale la pena dare un piccolo chiarimento, visto che le parole di McQuaid sono piuttosto criptiche: quello a cui il presidente dell’UCI fa riferimento, è il coinvolgimento, nello stesso scandalo dell’Operation Puerto, esploso alla vigilia del Tour de France 2006, nel mese di Luglio, del corridore tedesco Jan Ullrich, uno dei due (insieme a Ivan Basso) grandi favoriti per la conquista della corsa a tappe piu importante d’Europa, in quel momento in forze al team tedesco “T-Mobile”, che ha immediatamente provveduto a sospendelo, ed in seguito a licenziarlo (nonostante alcuna federazione si sia ancora pronunciata in merito alla reale colpevolezza del ragazzone tedesco).

Nessun accenno, tra l’altro, ai ritardi nella consegna del materiale da parte della stessa UCI, che ha reso ancora piu lungo e difficoltoso il già delicato lavoro del CONI in Italia. Ivan Basso però, è già stato scagionato durante l’autunno, ed ha ripreso ad allenarsi con il suo nuovo Team (la Discovery Channel che fu di Lance Armstrong e della quale il corridore americano è ancora parte integrante in veste di dirigente), mentre Jan Ullrich è ancora sospeso in un limbo di incertezze, con l’inizio della nuova stagione che si avvicina rapidamente.

“Ed è importante, penso, è molto importante che alla fine l’approccio anglosassone ne emerga vincitore, perchè in caso contrario, lo sport sarà condannato.”

Con queste parole McQuaid conclude l’intervista. Io con parole simili concludo questo mio sfogo: è importante, penso, molto importante, che le federazioni nazionali riprendano in mano le redini del ciclismo, nel rispetto dei corridori e delle squadre, degli investimenti degli sponsor e nello spirito del ciclismo, non in quello dei denari che l’UCI vorrebbe. Obiettivo dell’UCI è quello di gestire il ciclismo come viene gestita la Formula 1, con l’obiettivo di dare spettacolo, rendendo il ciclismo simile al Wrestling. Questa va assolutamente evitato, e per ottenere questo risultato è importante che i corridori stessi si uniscano in un organo realmente rappresentativo, che possa far valere la loro voce, che i Grandi Giri non mollino la presa (anche se guidati da interessi soprattutto economici), che le Federazioni Nazionali si facciano carico della gestione del ciclismo in se.
Se cosi non sarà, allora si, il ciclismo sarà condannato.

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